Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta RECENSIONI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta RECENSIONI. Mostra tutti i post

mercoledì 2 marzo 2022

THE BATMAN

 di Matteo Marescalco


«Thrown like a star in my vast sleep

I opened my eyes to take a peek».

Bruce Wayne si risveglia da un lungo sonno con la mente annebbiata e il cuore straziato. Cosa sta accadendo a Gotham? Negli ultimi due anni, la criminalità è aumentata, gli illeciti sono all’ordine del giorno e il male proprio non ne vuol sapere di giungere al termine nella notte. Nel corso dello stesso periodo, Batman si è affermato come il più grande detective di sempre: il cavaliere oscuro legge segni e indizi, li analizza nel buio della sua residenza e incarna la vendetta tra i suoi cittadini. Ma Gotham sa come alzare l’asticella della sfida e spingersi sempre più in là. Senza mai dimenticare Carmine Falcone e il suo tirapiedi, il Pinguino, c’è un nuovo villain tra i bassifondi più asfissianti e luridi di sempre: l’Enigmista vuole rendere giustizia all’abuso di potere e alla corruzione che dilagano in città. Per farlo si arma di binocolo, nastro isolante e marchingegni degni di Jigsaw. La sua convinzione è che persino i benefattori del luogo e le persone apparentemente più rispettabili affoghino nelle fogne e siano al soldo di Falcone. Cosa fare se non rapirli, minacciarli, ucciderli e rendere virali le sue gesta?

«Histories of ages past

Unenlightened shadows cast

Down through all eternity

The crying of humanity».

Gotham non riesce a smettere di versare tutte le sue lacrime. Come un vendicatore cupo, funereo e grave, Bruce Wayne sale in sella alla sua moto prestando fede alla sensazione di paura che risveglia nei suoi concittadini: Batman è un animale notturno, una scheggia impazzita dall’identità frammentata e frastagliata, un ragazzo alla ricerca della verità e di qualcosa per cui valga la pena vivere. È possibile agguantare la redenzione? Il mondo è un bel posto e vale la pena lottare per esso – come nel 1995, è ancora possibile essere d’accordo con la seconda parte di questa affermazione?

Rispetto alle esagerazioni pop ed espressioniste di Tim Burton, alla muscolarità gangster di Christopher Nolan e alla caduta degli dei di Zack Snyder, The Batman di Matt Reeves è un noir in grado di sfociare verso lidi melodrammatici. Sulla città del cavaliere oscuro non batte mai il sole e uscire dalle tenebre è pressoché impossibile – d’altronde, come sostiene lui stesso, Batman non si muove nell’ombra; lui è l’ombra. Forte di un passato in cui ha realizzato il testo cardine del cinema post-11/9 e di una trilogia blockbuster attraverso cui ripensare il futuro dei personaggi archetipici della storia del cinema, Reeves si prende tutto il suo tempo, costruisce un protagonista generazionale e una città dolente più vicina a quelle mostrate in Se7en e Zodiac che alle versioni rimediate da qualsiasi altro cinecomics contemporaneo.

Tra campi lunghi cittadini che ne portano in scena il carattere lurido, putrescente e labirintico, e primi piani (sentimentali) strettissimi in cui il melò deflagra, Matt Reeves concede al suo Batman una lentissima progressione e una crescita che, finalmente, lo conduce al termine della notte. L'alba è ancora lontana ma la vendetta ha lasciato ormai posto alla speranza. E anche Warner Bros. e DC, questa volta, sembrerebbero aver trovato la loro collocazione nel mondo.

lunedì 27 settembre 2021

OASIS KNEBWORTH 1996

di Matteo Marescalco

Le serate del 10 e 11 agosto 1996 una ragazza baciava appassionatamente il suo ragazzo - o, magari, semplicemente uno sconosciuto appena incontrato e di cui si era innamorata sulle note di Wonderwall -; dopo aver fatto incetta di cassette, due amici si chiudevano in cameretta apprestandosi a registrare ogni singola nota della band in grado di trasformarsi in un fenomeno globale nel giro di appena due anni; un’adolescente sognava di mettere la lingua in bocca a Liam Gallagher e un’altra di regalare ai due fratelli di Manchester «(…) l’invisibilità, per farli andare in giro liberamente, come fossero persone normali».

Durante quelle due serate migliaia di ragazzi e ragazze si apprestavano a vivere la fine della giovinezza, sottratta loro dalla pioggia battente sulle note di I Am The Walrus.

25 anni fa, i due concerti degli Oasis a Knebworth rappresentavano la conclusione del coming of age degli anni Novanta e ponevano fine al periodo supersonico del gruppo in grado di colonizzare l’immaginario di tutti perché innocente, infantile, forse immaturo, sgangherato, folle, totalmente inaspettato e fuori controllo.

Oasis Knebworth 1996 consente di compiere un viaggio nel tempo di quelli che soltanto il cinema è in grado di farci vivere. Durante la visione del documentario si canta, ci si emoziona per gli occhi lucidi, fiduciosi ed euforici di 250mila ragazzi in attesa di vivere la loro vita e spaccare il mondo – ma anche, semplicemente, di trasformarsi in rock ‘n’ roll star, quanto meno per una notte, e di vedere cose che tutti gli altri non sarebbero riusciti mai nemmeno a percepire –, si piange all’idea di chi è andato a quel concerto sapendo di dover morire poco tempo dopo e per la mera esistenza di un evento comunitario così lontano dall’atmosfera del periodo storico che stiamo attraversando. È ancora possibile sognare un’enclave del genere? Siamo in grado di credere gli uni negli altri e scoprire ciò che dorme nelle profondità del nostro animo?

Andiamo al cinema a innamorarci di Oasis Knebworth 1996, in uscita il 27, 28 e 29 settembre grazie a Nexo Digital, a prolungare la naturale scadenza dei nostri sogni e a volare in alto come dei piccoli Icaro senza alcuna paura di bruciarci al sole.

venerdì 16 luglio 2021

L'ARTE INVISIBILE DEL MONTAGGIO - SCOLPIRE IL TEMPO DELL'ESISTENZA

 di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Birdmen Magazinehttps://birdmenmagazine.com/2021/02/23/montaggio-intervista-torsiello-bonelli/

Secondo il parere di William Friedkin, ogni film viene creato tre volte. Innanzitutto si scrive la sceneggiatura; poi, il testo si trasforma in immagini grazie al contributo degli attori e della troupe. Infine, quanto girato acquista nuova vita grazie al montaggio e al missaggio sonoro. Qualsiasi film, quindi, si evolve e cambia forma assumendo quella definitiva soltanto alla fine di questi tre stadi. Nella sua seconda pubblicazione per Bietti Edizioni dopo Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill, il critico cinematografico Elisa Torsiello prende in considerazione l’atto creativo che scolpisce definitivamente la forma del film. L’arte invisibile del montaggio. Intervista a Valerio Bonelli, infatti, focalizza la sua attenzione sul montaggio, definito da Elisa Torsiello come «il grande metronomo del cinema» in grado di dettare il tempo della sua esistenza. 

Oltre a offrire un excursus sintetico sulla sartoria laboratoriale delle immagini, questa quinta pubblicazione della nuova collana Bietti Fotogrammi offre al lettore la possibilità di lanciarsi in un percorso di apprendimento insieme a Valerio Bonelli, montatore che, dopo aver studiato presso la prestigiosa National Film and Television School di Beaconsfield, ha lavorato al montaggio di titoli quali Il Gladiatore, Black Hawk Down e Sopravvissuto di Ridley Scott, The Dreamers di Bernardo Bertolucci, Philomena, The Program e Florence di Stephen Frears (suo tutor all’università) e L’ora più buia, La donna alla finestra e Cyrano di Joe Wright. Tra l’autunno 2019 e settembre 2020, inoltre, Bonelli è stato supervising editor di SanPa. Luci e ombre di San Patrignano, docu-serie in cinque puntate diretta da Cosima Spender e distribuita su Netflix.

*continua a leggere su Birdmen Magazinehttps://birdmenmagazine.com/2021/02/23/montaggio-intervista-torsiello-bonelli/

giovedì 24 giugno 2021

EL DORADO

 di Matteo Marescalco


*recensione pubblicata su Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/howard-hakws/ierioggi-speciale-howard-hawks-el-dorado

È il 1966. Qualche anno prima, la morte di John Fitzgerald Kennedy abbatteva il mito di Camelot. La New Hollywood sta per salvare il cinema americano dal più drastico calo di spettatori della sua ancor breve esistenza, Sam Peckinpah ha appena compiuto i primi assalti al mito con Sfida nell’Alta Sierra e Sierra Charriba e, tra la Spagna e Roma, Sergio Leone pone fine alla sua trilogia del dollaro dirigendo Il buono, il brutto, il cattivo.

Più di ogni altra cosa, il 1966 segna la realizzazione di El Dorado, penultimo film diretto da Howard Hawks, scritto da Leigh Brackett e interpretato da John Wayne, Robert Mitchum e James Caan. A questo punto della sua carriera, Hawks è uno dei grandi prestigiatori invisibili del cinema classico americano, alla cui storia ha contribuito in maniera determinante attraverso le corse tra le praterie aride di un western fondato sull’amicizia virile, l’orgoglio, il senso dell’onore e i sentimenti di giustizia e solidarietà, le detonazioni anarchiche tra le fitte maglie della screwball comedy e le ombre magnetiche e silenziose del noir. Ma, rispetto al passato, i tempi stanno cambiando, il cammino sul viale del tramonto è più che avviato e gli idoli sono giunti al loro crepuscolo: protagonisti di El Dorado, infatti, sono il vecchio pistolero Cole Thornton che, per sbarcare il lunario, vende i suoi servigi al miglior offerente, lo sceriffo alcolizzato J.P. Harrah, superstite acciaccato di un mondo ormai al tramonto, e Mississippi, un giovane che non vede l’ora di tuffarsi a capofitto in un mondo così archetipico ma irrimediabilmente vecchio.

*continua a leggere su Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/howard-hakws/ierioggi-speciale-howard-hawks-el-dorado

mercoledì 12 maggio 2021

DA 5 BLOODS - IL JAZZ DI SPIKE LEE

 di Matteo Marescalco


*recensione pubblicata per Birdmen Magazine: https://birdmenmagazine.com/2020/06/22/da-5-bloods-jazz-spike-lee/

Reduce dalla cura Blumhouse in ambito mainstream con il successo di pubblico di BlacKkKlansman e dalla vittoria del primo Premio Oscar nella sua carriera (quello alla Miglior Sceneggiatura non originale), con Da 5 Bloods, Spike Lee ha dato vita ad una ricchissima tessitura mediale in grado di aggredire visivamente lo spettatore e di metterlo più volte con le spalle al muro. Prima di addentrarci nella costruzione di un discorso su questo suo ultimo film, da poco disponibile su Netflix, urge sottolineare quanto Da 5 Bloods compia il percorso inverso rispetto a BlacKkKlansman. Questo titolo – prodotto da Jason Blum e da Jordan Peele, alfiere del new black cinema – prendeva in considerazione il tentativo di un uomo di colore di camuffarsi e di negare sé stesso per inserirsi nel sistema e combatterlo dall’interno; al contrario, i protagonisti di Da 5 Bloods partono dalla metropoli, ritornano al cuore di tenebra della giungla vietnamita con la speranza che questo viaggio nel passato possa illuminare il (loro) presente e futuro. 

Impossibile, a tal proposito, non pensare al binomio circolare edificato da Scappa – Get Out e da Noi. Nel primo, l’aspirazione dei bianchi era quella di rifugiarsi in un cabin in the woods per possedere il corpo nero e dare vita ad un nuovo incubo neocolonialista; in Noi, tale aspirazione sarebbe stata capovolta a partire dalla prima emblematica scena che vede la giovane protagonista indossare una t-shirt raffigurante Michael Jackson e con i black people intenti in una lotta con l’obiettivo di trasformarsi in bianchi e capovolgere l’intero sistema sociale. Allo stesso modo, le due recenti incursioni di Spike Lee nel cinema in live-action vivono percorsi speculari, costruendo un simile itinerario.

*continua a leggere su Birdmen Magazine: https://birdmenmagazine.com/2020/06/22/da-5-bloods-jazz-spike-lee/

martedì 6 aprile 2021

HELGOLAND DI CARLO ROVELLI

 di Matteo Marescalco


*recensione pubblicata su Master Professione Editoria e BookTellinghttps://mastereditoria.unicatt.it/helgoland-carlo-rovelli/

“Il fatto che noi viviamo sul fondo di un profondo pozzo di potenziale gravitazionale, sulla superficie di un pianeta ricoperto di gas che gira intorno a una palla di fuoco nucleare appena 90 milioni di miglia più in là, e pensiamo che questo sia normale, è una certa indicazione di quanto distorte tendano a essere le nostre prospettive.”

Cosa accomuna Carlo Rovelli e Doctor Strange? È il mondo della fisica quantistica a consentire l’incontro tra l’accademico italiano inserito nella lista dei 100 migliori pensatori del mondo dalla rivista “Foreign Policy” nel 2019 e il più potente mago della Terra, partorito dalla fantasia di Stan Lee e Steve Ditko e più volte celebrato al Lucca Comics & Games. Nel suo Helgoland (edito nel 2020 da Adelphi), Carlo Rovelli prende per mano il lettore e lo conduce in un viaggio ai confini del mondo. L’isola che dà il titolo al libro ha ospitato i germi di una delle due più radicali rivoluzioni scientifiche del Novecento: la fisica quantistica. Nel mondo parallelo e isolato di Helgoland, nel giugno 1925 il giovane Werner Heisenberg ha elaborato una teoria misteriosa, paradossale e contraddittoria che ha entusiasmato Albert Einstein, Niels Bohr, Erwin Schrödinger e Max Born, accademici di caratura mondiale che hanno provato in tutti i modi a sistematizzare le sue conquiste.

*continua a leggere su Master Professione Editoria e BookTellinghttps://mastereditoria.unicatt.it/helgoland-carlo-rovelli/

giovedì 18 marzo 2021

BOUND - TORBIDO INGANNO

 di Matteo Marescalco


*approfondimento scritto per Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/lana-wachowski/erotic-thrills-bound-torbido-inganno

[Questo articolo apre uno speciale monografico dedicato alla figura eversiva, politica, erotica della femme fatale, nato dalla convinzione che «l’immagine, ancor più se sessuale, è sufficiente a creare una narrazione (dei generi, del pensiero, della cultura, del mercato)». L’immagine crea, e il cinema «fa ancora la differenza», nonostante tanta parte del contemporaneo sia volta oggi alla produzione di immagini-corpo depotenziate, depauperate, inviluppate di teoria e rivendicazione intellettuale desessualizzata. Incentrato sul neo-noir (dal revival postmoderno di Brivido caldo all’eccesso parodico di Sex Crimes), questo speciale nasce come risposta a tale condizione imperante e prende corpo da un testo specifico, Brivido caldo – Una storia contemporanea del neo-noir, di Pier Maria Bocchi. A lui abbiamo chiesto quest’introduzione, in cui vengono tracciate le linee guida del nostro lavoro per una riscoperta del potere eversivo del desiderio].

Tre anni prima di rivelare l’essenza metamorfica del mondo-cinema e di s-velarne il carattere simulacrale, le sorelle Lana e Lilly Wachowski sancivano il definitivo ingresso del (Neo)-noir nell’orizzonte postmoderno. Il nuovo millennio è a un passo, il topos della femme fatale è in via di ridefinizione e il cinema abbraccia una tessitura artefatta e pop che rispecchia l’incerta contemporaneità.  

Bound-Torbido inganno basa il suo intreccio sulla classica relazione tra tre personaggi che determina l’ossatura di un racconto in grado di far convivere orizzonte classico e postmoderno del genere. Corky è una giovane appena uscita di prigione. Per guadagnarsi da vivere, la ragazza inizia a fare l’idraulico e il suo luogo di lavoro è l’appartamento adiacente a quello in cui abita Violet, sposata con Caesar, delinquente che si occupa del riciclaggio di denaro per la malavita locale. L’incontro imprevisto tra i tre personaggi sconvolge improvvisamente le loro esistenze. Animate da una furiosa passione fisica, Violet e Corky escogitano un piano per fuggire dalla città e lasciarsi alle spalle il passato. 

*continua a leggere su Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/lana-wachowski/erotic-thrills-bound-torbido-inganno

domenica 12 luglio 2020

TORNARE A VINCERE

 di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/gavin-oconnor/tornare-vincere

Sulla bocca di tutti fin dal periodo conclusivo degli anni Novanta, Ben Affleck sembra vivere in simbiosi con il mondo del cinema, visto come l'unico grembo materno in grado di assicurare la salvezza. Dopo le scorribande da regista che hanno contribuito a restaurare la sua immagine un po' appannata e sofferta, anche le sue ultime interpretazioni attoriali confermano una visione autoriale e un forte punto di vista che esulano dal ruolo svolto sul set. In modo particolare, Tornare a vincere – in cui Affleck ritrova Gavin O'Connor – assume su di sé il complesso compito di riabilitare ancora una volta un essere umano apparentemente condannato alla contrarietà di un destino nemico e alla passionalità di uno sguardo romantico, e, per questo, costantemente fuori luogo, destabilizzante, titanico e quasi infernale.

Nella sua ultima performance, Affleck risale letteralmente le pareti infernali dell'alcoolismo, lottando con una carriera sull'orlo del fallimento e con un passato da eroe liceale. Jack Cunningham, infatti, era una ex-stella del basket con un futuro radioso pressoché garantito. A causa di una serie di problemi familiari, però, il ragazzo ha scelto di mollare tutto e di abbracciare una vita faticosa e deludente. L'incontro con una donna lo ha redento ma un'ulteriore tragedia familiare lo ha spinto a ripiombare sulla bottiglia con maggiore determinazione di prima. Almeno fino a quando riceve un'allettante proposta dal dirigente scolastico del liceo frequentato da adolescente: a Cunningham è offerta la possibilità di allenare la squadra di basket e di tornare, quindi, a vincere.

*continua a leggere su Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/gavin-oconnor/tornare-vincere

martedì 16 giugno 2020

LES CHANSONS D'AMOUR

 di Matteo Marescalco


*recensione pubblicata su Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/christophe-honore/speciale-mubi-les-chansons-damour

[Questo articolo fa parte di uno Speciale dedicato alla piattaforma di streaming on demand MUBI, un focus monografico composta da una galleria di recensioni contaminate da riflessioni teoriche, emotive, autobiografiche, per riflettere trasversalmente sul tema della cinefilia on demand e sul più generale rapporto che intessiamo oggi con le immagini. Il progetto è stato presentato e inquadrato nell'editoriale "Di MUBI e del nome del cinema", che potete trovare qui].





Sulle rive della Senna,

giovani ragazzi a mezzogiorno

Michel con Madeleine, Pierre

con Jeanne e Germaine

che cammina con Jean.

Se il cielo è pieno di uccelli,

cosa ti importa

del fuoco che brucia all’inferno?

Nel suo Saggio sul luogo tranquillo Peter Handke sostiene che, senza alcuna intenzione né tanto meno progetto, i luoghi tranquilli si possano creare attingendo da sé stessi, a seconda delle circostanze, in mezzo a un tumulto (anzi, proprio nel pieno del tumulto) o tra le chiacchiere a volte incomparabilmente più avvilenti per lo spirito. Luoghi simili si ergono all’improvviso, dal nulla, e offrono una protezione mentre si è intenti in altre attività esperienziali. Alle volte, accade qualcosa del genere non necessariamente durante un’esperienza ma grazie al puro ricordo di essa.

Capita così che, durante un viaggio di ritorno verso casa, gli spazi poco accoglienti di un treno si trasformino nel prototipo del luogo tranquillo, animato dal fuoco ormai spento di chi cerca nel futuro indefinito il desiderio di riabbracciare il passato o dall’indistinta energia vitale di chi, indefesso, confida sempre nei giorni a venire. Quelle persone a cui, normalmente, si guarderebbe con diffidenza e con la speranza che non intacchino la nostra sfera privata restituiscono una sensazione di approdo, di accoglienza e di familiarità. Possibile dopo quanto accaduto? Necessario e sorprendente. E, così, in quell’ora mattutina, il treno diventa un luogo unico, quasi impareggiabile, scenario privilegiato e condiviso dal quale ammirare i flussi segreti delle onde. Quel luogo ha curato la mia vulnerabilità, mi ha entusiasmato, ha illuminato la penombra crepuscolare del mio intimo. Possibile che quel luogo tranquillo fosse tale in virtù di una (di certo, paradossale) fuga dalla società, di una riluttanza e di una parziale sofferenza verso ogni compagnia? O, piuttosto, è sensato credere che i rumori provenienti dal mondo di fuori – la vibrazione del treno in corsa, il chiacchiericcio dei compagni di viaggio, i ripetuti annunci agli altoparlanti – non siano altro che tracce in grado di risvegliare da lunghe fantasticherie? In tal senso, il luogo tranquillo sarebbe in grado di spingere dentro di sé a causa del suo statuto ontologico e, al tempo stesso, di cullare verso l’esterno, grazie al rumore, al frastuono e al chiasso del fuori campo, che continuamente insiste sui suoi confini. Anche il cinema, indipendentemente dal suo supporto di fruizione, è un luogo tranquillo.

*continua a leggere su Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/christophe-honore/speciale-mubi-les-chansons-damour

martedì 25 febbraio 2020

ONWARD

 di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/dan-scanlon/onward-oltre-la-magia

Lee Unkrich ha affermato che, sebbene i film Pixar siano assolutamente hi-tech, alla loro origine ci sono storie e personaggi sbocciati dall'immaginazione e dalla traccia di una matita sulla carta. Per dirla in altre parole, durante gli ultimi venticinque anni, la mitopoiesi messa in atto dalla casa di produzione ha utilizzato l'avanguardia tecnologica per portare in scena la più classica delle narrazioni umane: il viaggio dell'eroe alla ricerca di sé stesso. Verso l'infinito e oltre è diventato un mantra da fare proprio per spostare un po' più in là i confini dell'animazione, accompagnato a braccetto da quel Questo non è volare, questo è cadere con stile che proprio in Onward – Oltre la magia, più che in qualsiasi altro film Pixar recente, assurge a concetto chiave del racconto. È altrettanto palese, però, quanto, nel corso dell'ultimo decennio circa, l'altra grande ossessione del team sia stata quella della memoria, un baratro all'interno del quale precipitare e abbandonarsi o, viceversa, una magia a partire dalla quale creare (e vivere) un'illusione per recuperare il tempo perduto.

Dopo un prologo che sembra uscito da una fiaba notturna di M. Night Shyamalan e che contamina l'universo reale con quello soprannaturale, il racconto presenta Barley e Ian, due fratelli che, al compimento dei 16 anni del minore, ricevono in dono dal padre un bastone magico, fabbricato poco prima della sua morte. Ian è un adolescente come tanti, è insicuro e impacciato; al contrario suo, l'esuberante Barley è un vulcano di idee ed è appassionato di storie fantastiche. Quando si rendono conto che il bastone magico può riportare in vita il genitore - ma per sole 24 ore - , i due fratelli daranno vita a una lunga avventura contro il tempo per poter, finalmente, rivedere il volto del loro papà.

*continua a leggere su Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/dan-scanlon/onward-oltre-la-magia

sabato 8 febbraio 2020

BIRDS OF PREY E LA FANTASMAGORICA RINASCITA DI HARLEY QUINN

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blankhttps://www.pointblank.it/recensione-film/cathy-yan/birds-prey-e-la-fantasmagorica-rinascita-di-harley-quinn


Poco tempo fa, si discorreva sulla figura di Margot Robbie e sulla sua eterea e sognante Sharon Tate in C'era una volta a...Hollywood. Nel film di Tarantino, l'attrice prestava il proprio volto e la sua leggiadria alla costruzione di una forma d'innocenza che redimesse i ricordi e desse vita ad una realtà nuova, liberata dal marchio dell'incubo. In un certo senso, altri due iconici personaggi interpretati dalla Robbie in I, Tonya e in Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn si sono mossi sullo stesso binario. Anche Tonya Harding ed Harley Quinn hanno perseguito la ricerca di un regno incantato che risolvesse le storture del reale. La prima lo ha fatto nel biopic diretto da Craig Gillespie, attraverso l'instaurazione di un rapporto ludico con lo spettatore basato sulle tecniche del mockumentary e su frequenti rotture della quarta parete. Il secondo personaggio, invece, quello della svampita omicida, gioca uno sport totalmente diverso.


Mollata da Joker, Harley Quinn attraversa un momento buio ed è in crisi con il modello di donna che vuole incarnare. Venuto meno il fidanzamento con la nemesi di Batman, la Quinn perde anche la sua protezione e dovrà affrontare tutti i cattivi di Gotham, coalizzatisi per vendicarsi dei torti subiti. Sulle sue tracce si mette una sorta di suicide squad al femminile: un'adolescente cleptomane, un'agente di polizia costretta a subire torti quotidiani da parte dei colleghi uomini, la cantante di un night club, una misteriosa assassina armata di balestra e l'egocentrico boss Black Mask. McGuffin del racconto? Un diamante che tutti quanti vogliono stringere tra le proprie mani.


venerdì 7 febbraio 2020

GLI ANNI PIU' BELLI

di Matteo Marescalco

E' nuovamente tornato quel periodo dell'anno in cui riflettiamo sul nuovo film di Gabriele Muccino e ci troviamo a chiederci quanto il suo cinema sia più o meno autentico e, più di ogni altra cosa, quanto il suo autore creda in ciò che sta raccontando. Le risposte sono positive in entrambi i casi. Perchè se c'è una cosa che non si può rimproverare a Gabriele Muccino è proprio la fede che il regista ripone nei confronti dei personaggi che porta in scena. 

Gli anni più belli è un racconto popolare sulla generazione che ha vissuto la propria adolescenza durante gli anni '80. Giulio, Paolo e Riccardo hanno 16 anni e hanno pressochè tutta la vita davanti. Di differente estrazione sociale, i tre vivono le loro giornate parlando del futuro e godendosi il presente. Al gruppo si unisce Gemma, ragazza alquanto disinibita ma con un animo romantico. Di lei si innamora proprio Paolo, l'umanista ed il più sognatore del gruppetto. Con lo scorrere degli anni, i quattro imboccheranno strade differenti ed impareranno a provare sulla propria pelle quanto la vita possa essere malvagia e dura. Sullo sfondo, eventi quali la caduta del Muro di Berlino, l'operazione Mani Pulite, la discesa in campo di Silvio Berlusconi e l'attentato dell'11 Settembre punteggeranno il cammino storico individuale del gruppo. 

L'ultimo film di Gabriele Muccino è un'epopea popolare che tiene sempre il ritmo nonostante la notevole durata e l'utilizzo, a volte esagerato, della rottura della quarta parete da parte dei personaggi principali. Muccino non parla mai della propria giovinezza ma si identifica con i personaggi che porta in scena e con le emozioni della giovinezza. Proprio in questo consiste uno dei tratti positivi di un film che straborda ed inciampa ma non crolla mai. Da Come te nessuno mai a L'estate addosso, il regista ha confermato di saper raccontare bene l'adolescenza, a prescindere da quanto la sua descrizione aderisca al vero. Insomma, probabilmente è difficile che nella realtà si riesca a raggiungere lo stesso grado di paranoia, ipocondria e tensione nervosa dei personaggi dei film di Gabriele Muccino. Eppure, è impossibile negare che il modo in cui vengono raccontati sogni, speranze, rimpianti, riflessioni e fallimenti riesca a colpire nel segno. 

Probabilmente, la sceneggiatura non riesce mai ad intercettare le connessioni tra vicende personali e Storia e ciò intacca il carattere di grande romanzo popolare che dovrebbe essere proprio del film. Ma c'è da dire che quello che maggiormente interessa consiste nella tempesta di emozioni che i quattro si trovano a vivere durante la loro vita. Per rispondere nuovamente ai dubbi iniziali, sì, Muccino crede nei suoi film e ha la massima fede nei personaggi che racconta. Basterebbe anche soltanto questo a rendere qualsiasi racconto come un atto d'amore di ottimo livello. E poi vedere esseri umani che vivono i loro rapporti sentimentali all'aperto e lontani dagli schermi dei loro tablet consente davvero di compiere un viaggio nel tempo che, molto probabilmente, dovremmo regalarci più spesso. Anche nella realtà di tutti i giorni. 

L'HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI

di Matteo Marescalco

Maria e Richard sono sposati da più di 25 anni ma lei lo tradisce ripetutamente con i suoi studenti. Una sera, Richard legge alcune conversazioni con uno degli amanti della moglie e le chiede spiegazioni. A nulla valgono le motivazioni che lei adduce. Richard è seriamente colpito. Maria, allora, lascia la casa e trascorre la notte in un hotel. La camera 212 si trova esattamente di fronte al suo appartamento. Da lì, può avere una visione del consorte e, allo stesso tempo, del suo matrimonio. 

La camera 212 è una sorta di deposito immaginario dell'esistenza e degli amori vissuti da Maria, centro focale dell'ultimo film di Christophe Honorè, che ha scelto una sceneggiatura non lineare per dare vita alla nottata di fantasmi e dialoghi con il passato. Chiara Mastroianni è l'assoluta protagonista del film e il fatto che sia la sua inquadratura ad aprire e a chiudere il lungometraggio ne attesta tutta la sua importanza quale motore narrativo del racconto. 

Nella camera d'hotel, Maria incontra Richard 20enne ma anche i suoi numerosissimi amanti. E non solo. Uno scontro chiarificatore avverrà anche con la maestra di musica di Richard, il suo primo amore vissuto all'età di 15 anni. Ad incrociarsi, quindi, sono le coppie ma anche le età della vita. Chissà cosa diremmo a noi stessi se dovessimo incontrarci tra una trentina d'anni. Tra luci al neon e arditi movimenti di macchina, il film non si cura di uno sviluppo lineare ma intreccia situazioni e costruisce sequenze che intrecciano artifici hollywoodiani e cinema-veritè. 

Di sicuro, lo spettatore che andrà a vedere L'hotel degli amori smarriti non lo farà credendo di trovare una sceneggiatura di ferro o una commedia brillante ma, piuttosto, un lento valzer con i fantasmi del proprio passato. Come l'amore e i sentimenti, anche questo film si evolve e abbraccia la natura espansa della vita.

mercoledì 29 gennaio 2020

DOLITTLE

di Matteo Marescalco

John Dolittle è un medico prodigioso con il dono di parlare agli animali. Nella magione del dottore, ognuno parla la propria lingua, eppure tutti si comprendono e sono affabili e cortesi gli uni con gli altri. John conduce le sue ricerche insieme alla moglie l'amatissima Lily. La sua morte, però, getta Dolittle nello sconforto. In preda alla tristezza, il dottore rinuncia a tutto e chiude le porte del suo ospedale-riserva per animali. Quando la Regina gli chiede indirettamente di svolgere una missione per lei, il medico, pur tra mille paure, tornerà ad assaporare il gusto dolce-amaro dell'esistenza. 

Bersagliato inspiegabilmente dalla critica e bocciato dal pubblico in numerosissimi test-screening, questo film ha diversi pregi, tra cui quello inveterato di saper costruire un'avventura bigger than life. La missione in cui si getterà a capofitto John Dolittle consiste nella ricerca dello spirito dell'avventura che il dottore credeva di aver perso dopo la morte della moglie. Comprendere gli altri, capire i nostri simili e i diversi da noi è il punto principale per aprirsi al futuro. Senza le differenze che rendono preziosi gli esseri umani, non esisterebbe alcuna possibilità di dialogo e di costruzione di dialettica. 

Robert Downey Jr. mette molto del suo in questo personaggio che somiglia molto a Jack Sparrow ma che, a differenza sua, è orientato all'edificazione di qualcosa di veramente utile. Ovviamente, quindi, lo scopo didascalico del film è palese. Tuttavia, Dolittle non viene mai appesantito ma riesce puntualmente a far convivere l'aspetto più ludico con quello più serio e riflessivo, consentendo ai più grandi di commuoversi in diverse occasioni e ai più piccoli di volare sulle ali della fantasia, facendo tesoro di importanti insegnamenti. 

ODIO L'ESTATE

di Matteo Marescalco

Odio l'estate, scriveva Bruno Martino. E, come il celebre compositore, anche Aldo Giovanni e Giacomo provano sentimenti contrastanti nei confronti della stagione tradizionalmente più amata dai piccoli. 

Aldo Baglio è un meridionale trapiantato da anni a Milano. Tutto è pronto per la vacanza al Sud insieme alla moglie e ai tre figli, due gemelline e un ragazzo beccato a rubare un motorino. Giovanni Storti, invece, porta avanti uno storico negozio di Milano che vende al dettaglio accessori per calzature. Anche Giovanni è sposato e ha una figlia. Infine, Giacomo Poretti è il più benestante tra i tre ma ha una situazione familiare nettamente più complessa, avendo adottato il piccolo figlio della moglie con cui ha un rapporto difficile. A causa di un disguido con l'agenzia, i tre si troveranno a condividere lo stesso appartamento per tutta la vacanza estiva. La convivenza forzata farà emergere i tratti migliori e peggiori delle tre famiglie. 

Dopo il fallimento di Fuga da Reuma Park, clamoroso flop di pubblico e critica che ha seriamente messo a repentaglio le loro carriere, Aldo Giovanni e Giacomo tornano a collaborare con Massimo Venier, regista dei loro migliori film, responsabile della costruzione di un intreccio narrativo molto più solido e coerente dei loro ultimi lavori. Gli ultimi due decenni sono stati decisamente complessi e contraddittori per il trio di comici che, più di tutti, nel corso degli anni, è riuscito ad affermarsi nell'immaginario collettivo italiano. Perchè, se Checco Zalone fa sfaceli al box-office, è altrettanto innegabile che certe battute di Aldo Giovanni e Giacomo segnano costantemente la nostra quotidianità. Merito della loro ironia priva di mordente politico, dalla forte stilizzazione che connota i tre personaggi (il meridionale fesso ma dal gran cuore, il milanese puntiglioso e precisino e, infine, quello più autenticamente antipatico), sempre uguali a sè stessi eppure ogni volta così diversi, e, infine, di un certo carattere fiabesco. Si, proprio fiabesco. I film di Aldo Giovanni e Giacomo, pensandoci bene, sembrano quasi non aderire alla realtà ma sorvolarla con leggiadria ed eleganza. 

Odio l'estate segnala quella che probabilmente è l'evoluzione definitiva (e che sarebbe un eccellente modo per salutare i fan - anche se speriamo che il trio possa tornare nuovamente a raccontare storie al cinema) del loro modo di narrare. I comici sono cambiati e non serve a niente guardare al passato con malinconia e nostalgia. Anche il canovaccio su cui Venier e gli sceneggiatori hanno costruito la loro storia ha subito diverse modifiche rispetto ai precedenti migliori film del trio. Il peso della famiglia grava sui personaggi e li dota di una serie di riflessioni che rendono la trama ancora più compatta. I fan più accaniti troveranno una marea di omaggi - che non scadono mai nell'autocelebrazione ma sembrano mostrare la sedimentazione del trio nell'immaginario popolare - , dai più nascosti ai più palesi. Se i tempi sono cambiati, farebbe comodo credere che Aldo Giovanni e Giacomo, nonostante tutto, sono rimasti sempre gli stessi. E' vero soltanto in parte. E questo film, che riesce a toccare le corde del pubblico generalista, lo dimostra in pieno. 

VILLETTA CON OSPITI

di Matteo Marescalco

Tra le atmosfere in stile Parasite e i segreti di provincia celati ne Il capitale umano, si muove la borghesia di Ivano De Matteo in Villetta con ospiti, suo ultimo lungometraggio. Il regista torna alle atmosfere a lui più congeniali. Siamo nell'Italia Settentrionale e la famiglia protagonista è la più in vista nel borgo in cui vive. L'erede della fortuna dei genitori è Diletta, una donna fragile e insicura, che impegna la propria quotidianità in cause che vedono come artefice Don Carlo, un uomo attratto dalle parrocchiane. I figli di Diletta attraversano il difficile percorso dell'adolescenza e suo marito è il tipico parvenu che deve tutto alla moglie ma che, nonostante ciò, tradisce ripetutamente. In paese tutti sanno tutto. A completare il quadro, si aggiungono un poliziotto napoletano corrotto, un medico venduto e Sonja, cameriera della famiglia altoborghese e madre di Adrian, ragazzo combattuto tra l'onestà della madre e la furbizia criminale dello zio. 

Perchè il film di De Matteo ricorda Parasite? Senza dubbio, per l'intreccio che coinvolge i numerosi personaggi che nascondono oscuri segreti dietro la facciata di perbenismo. A differenza che nel titolo di Bong, però, in cui tutto è calibrato al millesimo, Villetta con ospiti offre allo spettatore la possibilità di sfuggire alle maglie del controllo totale e ai suoi personaggi di evadere da un percorso di libertà che nel film coreano sembra negato. Pur cadendo in una rappresentazione dei personaggi a tratti macchiettistica o, quanto meno, abbastanza schematica, il film lascia che l'intreccio dei loro rapporti emerga lentamente fino al drammatico finale, il cui impianto teatrale è legato al momento delle numerose rivelazioni. 

Il cast di primo livello supporta la drammaturgia ben organizzata e, nel complesso, aiuta il film ad attestarsi su buoni risultati. 

lunedì 20 gennaio 2020

JOJO RABBIT

di Macha Martini

«Il mondo è così grande, così complicato, così pieno di meraviglie e sorprese, che ci vogliono anni affinché molte persone inizino a notare che è irrimediabilmente rotto. Chiamiamo questo periodo di ricerca “infanzia”». È così che Michael Chabon descrive la filmografia di Wes Anderson. Una constatazione che sembrerebbe anche cogliere appieno l’essenza di Jojo Rabbit, ultimo film di Taika Waititi.

A partire dal romanzo di Christine Leunens, Il cielo in gabbia, l’artista neozelandese, tramite una scrittura sia di penna che visiva, decide di immettere lo spettatore in un mondo pieno di ironia e di “meraviglie” pronte a spezzarsi irrimediabilmente nel percorso di crescita di Johannes Betzler, soprannominato Jojo. «Oggi diventi adulto» confessa ad alta voce a inizio film. 

Il bambino, infatti, sta per cimentarsi in una nuova avventura: l’ingresso al campus per piccoli nazisti, dopo il quale si diventa appunto degli adulti, ritenuti in grado di combattere per il proprio Paese. Jojo, fanatico nazista, non desidera altro che servire il proprio Führer, tanto da trasformarlo in amico immaginario. Questo Adolf fantoccio, qui interpretato dallo stesso Taika Waititi, che fornisce al pubblico una performance affascinante, rappresenta per il bambino l’unica possibilità di sopravvivere al suo sentirsi fuori posto in un mondo che sembra non cogliere quella poesia tipica dell’immaginazione di un bambino. Il piccolo Jojo, pieno di creatività e voglia di divertirsi, ma anche di umanità, sebbene non gli piaccia ammetterlo, si sente solo, incompreso e non integrato in alcun gruppo. Tale mancanza si presenta come un inizio di rottura e come elemento che, da una parte, nella creazione di un amico immaginario, lo rende più meraviglioso e più spumeggiante del normale, un personaggio alla “Wes Anderson”, ma che, dall’altra, lo fa sentire così tanto disagiato e brutto da non permettergli né di notare l’imminente disfatta della Germania nazista né le idiosincrasie di quel cieco credo, quello per Hitler, che sembrava essere l’unica via per una possibile integrazione. Esattamente come afferma Chabon per Wes Anderson, durante l’infanzia l’individuo, nella ricerca del proprio posto nel mondo, non riesce pienamente a cogliere come questo sia in frantumi. 

Jojo non può credere al male fatto agli ebrei. Può solo credere in un universo fantastico dove questi ultimi, caratterizzati da enormi corna, dominano le menti delle persone e dormono a testa in giù. Tale visione viene accentuata dalle persone che ruotano intorno a lui, come il Capitano Klenzendorf (alias un magnifico Sam Rockwell), il suo assistente Finkel (interpretato brillantemente da Alfie Allen) e da Fräulein Rahm (Rebel Wilson), ma anche dalle situazioni a cui si trova ad assistere o a partecipare, dall’esplosione nel primo plot point della bomba a mano fino a Yorkie (forse suo unico amico, ma non considerato da lui, Jojo, realmente tale in quanto “bambino”) alle prese, nonostante la giovanissima età, con un lancia missili per “salvare la nazione”. In tutto ciò entra in gioco Scarlett Johansson, madre del protagonista, che, per amore del figlio, recita nel mondo fiabesco e pieno di meraviglie da lui creato, senza però smettere di provare a fargli aprire gli occhi verso tutte quelle crepe che lo circondano e che, a fine film, in un’ottica ormai da adulto, Jojo vivrà in prima persona.


Tramite una regia pop ed eccentrica, coadiuvata da un montaggio sempre ritmato, da una fotografia accesa e da un cast artistico fuori dal comune, tra i quali spiccano per la giovane età Roman Griffin Davis (Johannes Betzler) e la Johansson, capace di incantare il pubblico grazie alla sua bravura nel passare da uno stile a un altro in accordo con un personaggio tutt’altro che scontato ma anzi magnetico, Jojo Rabbit, seppur con qualche pecca a livello di ritmo narrativo, si mostra come un film pieno di spunti e capace di incantare lo sguardo, soprattutto di chi è ancora perso in quel periodo di ricerca da alcuni chiamato “infanzia”, da altri “meraviglia”.

RICHARD JEWELL

di Macha Martini

Un uomo, grossa statura, sguardo timido, un po’ ingenuo. 
La camera lo segue, mentre si sentono le urla off-screen di Sam Rockwell, qui nel ruolo dell’avvocato Watson Bryant. 

Già dalla prima scena, la regia, nella sua freddezza quasi clinica, crea un’ambiguità. Un uomo buono. Un uomo servizievole che vuole solamente proteggere le persone. Un uomo che fa tenerezza. Eppure, c’è uno straniamento nei silenzi, nel modo in cui la macchina da presa indugia in sguardi e in situazioni. Nel modo in cui l’occhio meccanico sembra pedinare sia il protagonista che tutte quelle figure che, negativamente, lo accerchieranno, soffocandolo. La suspense cresce a ogni immagine, a ogni suono, nel tentativo di far credere al pubblico, anche solo per un secondo, che il colpevole sia lui, Richard Jewell. 

A 89 anni, Clint Eastwood, decide di tornare a girare argomenti spinosi, in questo caso la storia di Richard Jewell: una persona normale, il classico americano che, ritrovatosi in una situazione straordinaria (il salvataggio di numerose vite a Centennial Park da un attentato terroristico), invece di iniziare il proprio percorso eroico e di ricevere un riconoscimento, inizia una discesa negli inferi, mentre l’opinione pubblica e le autorità federali cercano di “friggerlo”, di “mangiarlo vivo”. Eastwood non vuole però raccontare il solito dramma. Il suo intento è quello di scuotere le coscienze e, per farlo, utilizza gli strumenti più raffinati del cinema come la già citata suspense, arricchita sia da situazioni drammaturgiche che proprio da espedienti di regia. 

Tra questi ultimi, lo stile freddo, quasi chirurgico, già riscontrato in Mystic River, e il dilatamento delle inquadrature oltre il normale minutaggio, che permette una nuova codifica del silenzio. Silenzio che aiuta, piano piano, a portare gli spettatori dentro la mente di Jewell, fino alla sua esplosione, ricca di dolore. Dolore per il quale il pubblico si sente sia partecipe sia, in parte, colpevole, a causa di quella ambiguità iniziale. Ambiguità che non è casuale ma che serve nel processo di accusa al governo americano, all'FBI e ai media, tra i principali incriminati tramite la figura di Kathy Scruggs, interpretata da una magistrale Olivia Wilde, la cui performance, come quella di Paul Walter Hauser (Richard Jewell), entra nelle ossa e riverbera anche fuori dal buio della sala cinematografica, seguita in secondo piano da Kathy Bates (Bobi Jewell), candidata per questo ruolo agli Oscar, e da Sam Rockwell.


Richard Jewell, ultima opera di Clint Eastwood, tratta da una storia vera e basata sull’articolo “American Nightmare: The Ballad of Richard Jewell” di Marie Brenner, è uno di quei film capaci, tramite una maestria, soprattutto di regia, ma anche data dalla bravura del cast artistico, di lasciare lo spettatore col fiato sospeso, per un così intenso stato di coinvolgimento in cui viene trasportato. Ogni possibile difetto, dal più semplice al più grave, come la mancanza di messa in sincrono in alcune inquadrature della sequenza dedicata al primo concerto, passa in secondo piano e, nonostante la durata abbastanza classica di 129 minuti, il pubblico sembra chiederne ancora di più, aspettando non solo che “il mondo conosca il nome e la verità relativa a Richard Jewell”, ma un riconoscimento e una giustizia, che purtroppo lo schermo non può mostrarci, in quanto parte di una scena mai girata nella realtà americana. Richard Jewell è il dolore del silenzio, provato davanti a uno schermo nel buio della sala cinematografica.

domenica 5 gennaio 2020

PICCOLE DONNE

di Macha Martini

Immagine scura in controluce. Un piano americano che vede una figura femminile di spalle, a testa china, che sospira. Stacco. La protagonista della storia, Jo, interpretata, da Saoirse Ronan, entra in una casa editrice. La macchina da presa si ferma su dita sporche d’inchiostro che giocherellano nervose. Un paio di stivali si muove tra la folla, in una corsa che molto ricorda quella della stessa regista, Greta Gerwig, in Frances Ha. Un sorriso spensierato lascia la cornice cittadina per un quadro impressionista che introduce Amy, qui interpretata da una magnetica Florence Pugh. In una carrozza, insieme alla giovane ragazza, troviamo Meryl Streep nella parte della zia, che, in questo remake, perde la personalità arcigna per ampliare il proprio lato umano. 

Lo sguardo annoiato di Amy, rappresentato tramite una soggettiva in rallenti, introduce Laurie, alias Timothée Chalamet che, dopo una scena scandita da un dialogo calzante, si allontana mentre un controcampo inquadra un nuovo sorriso, anche se meno speranzoso e più malinconico, stavolta quello della giovane March, che permette alla camera di staccare su Meg (Emma Watson). Prosegue un climax che conduce lo spettatore in un’atmosfera sempre più cupa, che dalla povertà di Meg si trascina verso Beth (Eliza Scanlen), intenta a suonare il pianoforte. Inizia così il nuovo adattamento dei romanzi di Louisa May Alcott: Piccole donne e Piccole donne crescono, protagonisti di numerose trasposizioni, tra cui quella del 1933 di George Cukor con Katherine Hepburn, quella del 1994 con Winona Ryder, Christian Bale e Susan Sarandon (forse la più famosa per il grande pubblico), fino alla miniserie del 2017 della BBC One con Maya Hawke, acclamata per il suo recente ruolo nella terza stagione di Stranger Things

Proprio alla luce della fama di quello che è considerato uno dei classici degli adattamenti audiovisivi, la regista e sceneggiatrice californiana decide di reinventare la struttura letteraria di questa storia ottocentesca. Carrellate, stacchi che a tempo di musica cambiano prospettiva e che mixano il classicismo con uno sguardo contemporaneo, facendo entrare lo spettatore nel vivo della storia. Greta Gerwig, ormai alla sua seconda regia, dimostra di aver lasciato lo sguardo incantato ma forse un po’ inesperto di Lady Bird e di essere approdata a una regia più raffinata e studiata nei minimi dettagli. Dettagli che permettono una sincronia tra il montaggio, la sceneggiatura (l’aspetto più innovativo di tutto il film) e i dialoghi ritmati. Tale elemento emerge anche dalla scelta di non raccontare nuovamente la storia come è stata sempre portata in scena ma di giocare tra passato e presente, tra romanzo e realtà. Realtà fattuale che molto riecheggia nella contemporaneità, come fosse una luce calda ma piena di ombre, la stessa che caratterizza lo stile che il direttore della fotografia Yorick Le Saux (Personal Shopper, High Life) utilizza nella maggioranza delle sequenze del film.

«Non riesco a superare la delusione di essere nata donna» ammette amareggiata Jo, il cui personaggio, però, non si limita alla consapevolezza di questa condizione, ma, prendendone atto, decide di affrontare in modo creativo lo svantaggio per trarne un vantaggio, come la stessa Gerwig fa con questa trasposizione, dando così forse l’unica risposta degna di nota al #Metoo. In conclusione, il Piccole donne del 2019 riesce a rendere appetibile una storia ormai nota che non smette mai di stancare grazie ai costumi e alle scenografie, che ritrovano una freschezza, soprattutto, nella sceneggiatura, nel montaggio e nella regia, sia visiva che più strettamente legata alla direzione degli attori. Senza ricorrere a troppi fronzoli, la regista trova così l’unico modo possibile, in epoca contemporanea e dopo i numerosi adattamenti, di trasmettere al pubblico il cuore e l’autenticità dei romanzi, riuscendo a far convivere il classico al contemporaneo.

sabato 21 dicembre 2019

STAR WARS - L'ASCESA DI SKYWALKER

di Matteo Marescalco


Tra abbracci, baci e afflati sentimentali, anche la nuova trilogia di Star Wars -quella iniziata da J.J. Abrams con Il Risveglio della Forza, proseguita da Rian Johnson con Gli Ultimi Jedi e ultimata ancora da Abrams con L'Ascesa di Skywalker- è giunta al termine. Per cosa sarà ricordata? Senza dubbio, per il senso di responsabilità derivante dall'eredità paterna e, probabilmente, anche per un sentimento di inadeguatezza che non ha mai abbandonato i creatori della nuova trilogia.

Indubbiamente, Il Risveglio della Forza si connotava come un prodotto in grado di risvegliare l'affetto dei fan nei confronti del brand e di portare a compimento un'intelligente operazione nostalgia, basata, in primo luogo, sul recupero di immagine iconiche e di personaggi fissi nell'immaginario collettivo. La morte di Han Solo, infine, dava la giusta scossa alla trilogia, sottolineando la necessità di nuovi percorsi da intraprendere, abilmente seguiti da Rian Johnson. Con il ritorno di Abrams, in un certo senso, si torna su binari più tradizionalisti.

E, in essi, i personaggi e gli spettatori sposano nuovamente quell'enorme debito nei confronti del passato. L'ascesa di Skywalker è un film di morti e di fantasmi, di inadeguatezza e di tentativi di seguire la pesante eredità genitoriale. Adeguarsi al passato è, senza dubbio, un errore parzialmente riscattato, però, dall'umanità e dai sentimentalismi che permeano il film. Perchè, sotto un vestito spettacolare, il titolo cela l'incombenza della morte e di oscure ombre sul presente e sul futuro, che impediscono ai giovani di emanciparsi dalla mitologia.

Proprio in virtù di ciò, Star Wars riscopre un'umanità calda, che combatte i propri fantasmi con un afflato sentimentale che rende umane le più moderne tecnologie, innervandole di sangue e amore e sottoponendole alla superiorità dei personaggi. Cosa migliore, in fin dei conti, non sarebbe potuta avvenire.