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lunedì 30 aprile 2018

JOAQUIN PHOENIX PRESENTA A BEAUTIFUL DAY A ROMA. LA NOSTRA INTERVISTA

di Matteo Marescalco

*l'intervista è stata realizzata e tradotta da Matteo Marescalco, Mara Siviero e Laura Silvestri 

Giubbotto nero, maglietta, jeans ed immancabili Converse azzurre, Joaquin Phoenix è tornato a Roma per presentare A beautiful day, con cui ha vinto il Prix interpretation masculine all'ultima edizione del Festival di Cannes.

Nel film, Phoenix interpreta il ruolo di Joe, ex marine la cui vita è tormentata dai fantasmi del suo passato violento. Joe si guadagna da vivere liberando delle giovani ragazze dalla schiavitù sessuale. Un giorno, viene contattato da un senatore americano, la cui figlia è stata rapita da una di queste organizzazioni criminali. Il veterano andrà incontro ad una serie di eventi che gli cambieranno per sempre la vita. Il rapimento della ragazzina lo porterà a contatto con un giro di pedofilia e corruzione che coinvolge le sfere alte della società.

Insolitamente di ottimo umore, Joaquin Phoenix si è reso protagonista di un evento ai confini della realtà che mi ha visto interprete principale: insieme a due mie colleghe (Mara Siviero di My Red Carpet e Laura Silvestri di Persinsala) ho incontrato casualmente l'attore, durante il pomeriggio precedente la conferenza stampa, nei pressi di Via del Corso. Una chiacchierata di una decina di minuti ha animato il nostro incontro. Al termine della presentazione dell'indomani, abbiamo ricevuto una telefonata sulla volontà di Joaquin di incontrarci nell'ambito di un'intervista privata in cui portare a termine la chiacchierata iniziata il giorno prima. Praticamente, chi vi scrive ha avuto l'occasione paradossale di intervistare Joaquin Phoenix su sua precisa richiesta.

L'attore si presenta al nostro incontro scusandosi per i pochi minuti di ritardo e sottolineando quanto sia stato miracoloso l'ufficio stampa a trovarci («Fuck! They found you, it's a miracle!»).

«Per noi spettatori, è come se voi attori foste un po' membri di famiglia. Siamo sempre abituati a vedervi sul grande schermo ed è come se vi conoscessimo, anche se si tratta, ovviamente, di un luogo comune. Per un attore, è inevitabile entrare a far parte dell'immaginario collettivo. In che modo vivi e gestisci questa scissione tra icona e persona? Quanto è faticoso essere un'immagine e, al contempo, un comune essere umano?».

«Quando lavoro, mi mantengo concentrato unicamente sul lavoro. La mia vita è totalmente dedita al mio lavoro in quel momento. Faccio tutto in sua funzione, è l'unica cosa a cui penso. Le persone con cui lavoro diventano automaticamente mie amiche. Al contrario, quando sono a casa, penso solo a stare a casa. Porto il cane fuori, gli do da mangiare, faccio le pulizie, mi immergo del tutto nella vita quotidiana. Adoro fare film, per me è qualcosa di davvero importante ma altrettanto lo sono la mia vita privata e le persone a me care. Credo sia necessario apprezzare ciò che si ha. A volte, credo che ci sia il pericolo di mettere il lavoro per primo e dimenticarsi del resto. Mi sembra che questo accada a molti grandi attori che iniziano a vedere la recitazione come una mera professione e niente più. Ho sempre paura che questo possa accadere anche a me. Per questo motivo cerco sempre di bilanciare le due anime, quella professionale e quella privata».

«A questo proposito, in che modo scegli i tuoi ruoli?».

«Non so, davvero. Credo sia un processo molto istintivo. Un po' come quando ci si innamora. Hai presente quando non stai con nessuno in particolare ma ti immagini come possa essere stare con qualcuno? Riesci a immaginarlo? Poi incontri una persona e pensi: è proprio quella che cercavo! A volte questo sentimento è impossibile da comprendere, avviene tutto molto in fretta. Va così. Quando non sto girando e penso a cosa vorrei fare, si viene a creare questo desiderio. Così, quando ricevo una sceneggiatura, se è quella giusta e se c'è chimica, succede qualcosa e basta».

«C'è un ruolo, nello specifico, che ti piacerebbe interpretare in futuro?».

«Uhm, a dire il vero, non ho un ruolo dei sogni. Tra quelli che ho interpretato, tutti mi hanno colpito anche se in modo diverso. Di alcuni, però, ho ricordi molto più vividi. Credo per via dell'esperienza in sé. Ad esempio, girare con Philip Seymour Hoffman e Paul Thomas Anderson (con cui e per cui l'attore ha recitato in The master e in Inherent Vice, ndr). Questo è stato uno dei momenti più significativi della mia carriera. Sono davvero molto legato a loro e non posso non ripensare a quei momenti con grande trasporto. Spesso il viaggio è più interessante della meta».

«Amo i film di James Gray e credo che la trilogia di We own the night, Two lovers e The immigrant sia davvero maiuscola. Nei tre film interpreti personaggi molto simili tra loro: sono dei fantasmi pieni di sensi di colpa e dal passato oscuro e tormentato. Mi è sembrato che tu sia perfettamente riuscito ad esteriorizzare i tormenti interiori dei personaggi. In che modo avete lavorato su questo aspetto e sull'ambientazione che diventa anche uno specchio del loro mondo interiore? In che modo hai collaborato con regista e direttore della fotografia in relazione a quest'aspetto?».

«James è una persona molto precisa, fa molta attenzione ai dettagli e a quello che possono rivelare sui personaggi e sulle loro esperienze. Spesso si metteva a suonare sul set per creare una certa sintonia in modo tale che l'ambiente influenzasse positivamente l'interpretazione. Si tratta di qualcosa a cui tiene molto e io stesso ho potuto constatare che si tratta di qualcosa che, in effetti, funziona. Per il resto, credo che tu abbia ragione e che gran parte del merito vada ai diversi direttori della fotografia. Ad esempio, reputo Darius Khondji uno dei più grandi dei nostri tempi».

«In molti film da te interpretati torna la musica come leitmotiv. In I'm still here ti trasformi in un artista hip-hop, in Walk the Line interpreti Johnny Cash, in Two Lovers ti scateni in una sequenza di ballo in discoteca, per non parlare dell'incipit di We own the night. Qual è il tuo rapporto con la musica? Suoni qualche strumento?».

«Ho imparato a suonare la chitarra proprio per Walk the Line ma è parecchio che non torno a suonarla, in effetti. Ci stavo pensando l'altro giorno, è proprio buffo: forse è perché sto invecchiando un po' ma mi sono rattristato pensando a quando ero giovane; avrei comprato un cd con i miei amici, mi sarei seduto con loro e lo avremmo ascoltato tutti insieme. Ogni singola canzone, tutti insieme. Ultimamente mi rendo conto di ascoltare meno musica però, quando la ascolto, ho la sensazione di amarla comunque alla follia. Ma è un sentimento totalmente diverso rispetto a quand'ero giovane. Prima non era così semplice procurarsi della musica: all'epoca, venivi a sapere che sarebbe uscito il nuovo cd dei Public Enemy ma dovevi aspettare mesi per averlo e ti precipitavi più volte al negozio dei dischi. Comunque, adoro la musica e tutti i miei fratelli sono musicisti. Mia sorella Rain ha diversi gruppi, è una cantante; mia sorella Liberty ha una band. Cazzo, non riesco a ricordare come si chiami ma fino a ieri hanno suonato e il loro show ha fatto sold-out. Mia sorella Summer è una pianista. Anche io adoravo cantare per strada quando ero piccolo. La musica ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella mia vita».

«Chi è il tuo cantante preferito?».

«Beh, che dire. Credo proprio sia John Lennon. Ma adoro anche Bowie. Ho ascoltato certe cose di recente...».

«E che ne dici delle boy band anni '90? I Backstreet Boys?».

«Ehm...c'è una canzone che in effetti è un po' impossibile non farsi piacere».

«'cause I waaaaant it that way?».

«Anche quella, a dire il vero! Ecco, il pop è divertente ma in determinati contesti. Quando ascolto pop, non è che mi tocchi nel profondo o mi colpisca a livello emotivo. Però è anche bello divertirsi ogni tanto e uscirsene con un bel “Backstreet's back, alright!!”».

«Torniamo di nuovo al cinema. Quali sono i tuoi film preferiti?».

«Non saprei. Ho visto Dr. Strangelove un sacco di volte e anche The Godfather. Ci sono quei film che, in qualche modo, se passano dalla tv non riesco a non vedere. Ci sono film di registi come Paul che non puoi non vedere e rivedere. E questa è la cosa più bella: il fatto che un film ti lasci con una sensazione tale da voler sempre ritornare in quel mondo. Ogni volta che rivedi un film del genere provi sempre nuove sensazioni. A volte un film che vedi da bambino lo percepisci in un modo, mentre da adulto sviluppi sensazioni completamente diverse. Ed è straordinario che un film possa darti emozioni così variegate».

«Ultima domanda. Qual è la persona più eroica che tu conosca?».

«Probabilmente mia mamma. Si tratta di una donna incredibile e quello che fa è fantastico. Ha 74 anni e viaggia per il mondo con la sua organizzazione. È davvero una persona eccezionale e cerco sempre di seguirne l'esempio».

*link alla prima parte dell'articolo

AI CONFINI DELLA REALTA'. INCONTRO CON JOAQUIN PHOENIX

di Matteo Marescalco

Nel primo capitolo della sua storia narrata in prima persona, il ratto Firmino si interrogava sulla modalità attraverso cui costruire un incipit memorabile per il proprio racconto, ondeggiando tra Nabokov, Tolstoj e Ford Madox Ford. Gli stessi interrogativi pervadono anche la mia mente e si adattano all'economia di un articolo per un sito-web. Come costruire un pezzo su quanto accaduto negli ultimi due giorni della mia vita senza, da un lato, correre il rischio di immiserire eventi che ai miei occhi sono sembrati sconfinati e, sul versante opposto, senza neanche ingigantire oltremodo situazioni che, sottoposte allo sguardo altrui, rientrerebbero in un contesto di ordinaria amministrazione?

A questo punto, è inevitabile iniziare da Signs e dai cerchi nel destino di uno spettatore appassionato. Se fossi costretto a salvare soltanto due sequenze nella carriera di Joaquin Phoenix, molto probabilmente sceglierei di estrapolarle dal film di M. Night Shyamalan e da Two Lovers di James Gray. Entrambe hanno nel destino il loro termine comune.
«Gli uomini si dividono in due gruppi: quando gli capita un colpo di fortuna, i primi ci vedono più che mera fortuna, che mera coincidenza. Lo vedono come un segno (…). Per i secondi è solo un caso, un concorso di circostanza. (…) Ecco, quello che devi chiederti è che tipo di persona sei. Sei di quelli che vedono segni o miracoli o pensi che sia solo il caso a governare il mondo?».
D'altra parte, nel finale di Two Lovers, Phoenix è vittima di un abbraccio che lo condanna ad un destino inevitabile, ai fantasmi del passato e alle lacrime per ciò che sarebbe potuto accadere ma che non accadrà mai: «Mi sono aggrappato al nulla, ho amato il nulla, nulla vidi o sentii se non un grande sogno».

Un grande sogno.
Giovedì 26 Aprile, io e due mie colleghe (Mara Siviero di My Red Carpet e Laura Silvestri di Persinsala) abbiamo incontrato Joaquin Phoenix e Rooney Mara in Via del Corso. Phoenix è giunto a Roma in occasione del tour di presentazione alla stampa di A beautiful day-You were never really here (con cui ha vinto il Prix d'interpretation masculine all'ultima edizione del Festival di Cannes). Ogni mia aspettativa pessimista sul carattere burbero dell'attore si è infranta non appena Phoenix, dopo avergli chiesto di fare una foto, ci ha proposto di andare insieme in una traversa della via principale per evitare di dare nell'occhio e per chiacchierare un po'.

Con felpona in tinta unita e auricolari alle orecchie, jeans ed immancabili Converse ai piedi, Joaquin Phoenix ha pienamente rispettato il mio pronostico sulla prosaicità del suo abbigliamento. «What's your names? Do you write reviews for some websites?». La chiacchierata prosegue per un'illogica decina di minuti in cui il tempo si dilata all'infinito fino a sfumare e perdere i propri contorni. Non tarda ad arrivare la battuta di Mara sul suo nome e sul cognome di Rooney, coinvolta da Joaquin nel nostro dialogo. Immancabili le foto finali («Now you're rocking, yeah?») e l'abbraccio affettuoso, consapevoli di aver vissuto un evento ai confini della realtà. Una delle star più scontrose e “problematiche” di Hollywood si sofferma a parlare del suo film e di altre amenità con tre persone incontrate per strada. Poche ore dopo, avrei seguito l'anteprima stampa del film.
Fine primo tempo.

Inizio secondo tempo.
Venerdì 27 Aprile. Ore 12:15. Conferenza stampa del film all'Hotel de Russie, alla presenza di Joaquin Phoenix e della regista Lynne Ramsay. Il sogno non tanto velato è che Joaquin si ricordi del pomeriggio precedente e, magari, che ci possa essere un cenno di intesa. La sala è colma e non possiamo far altro che ascoltare la suadente voce dell'attore con una nuova consapevolezza derivante dalla nostra chiacchierata insieme: ogni icona è, prima di ogni cosa, un essere umano.
Intorno alle 14, la mia collega Mara riceve una telefonata da un numero sconosciuto: l'ufficio stampa del film, in preda ad un'inevitabile sorpresa, ci avverte del fatto che Joaquin Phoenix ha espressamente chiesto di trovarci per poter concludere la chiacchierata della sera precedente e “regalarci” un'intervista privata e fuori programma.
L'importanza di chiamarsi Mara. Destino o colpo di fortuna? Sta di fatto che l'appuntamento è fissato per le 17 circa presso l'hotel che ha accolto l'attore, con somma curiosità di chi si è occupato di trovare i tre fortunati vincitori del biglietto d'oro di Willy Wonka.

«Hey, how are you?! I don't know how the press office found you. Fuck, it's a miracle! It's a great pleasure to see you again!».
20 minuti di chiacchierata informale con Joaquin Phoenix impiegati a parlare di James Gray e Darius Khondji, fantasmi e miti d'infanzia, eroi personali e passione per la musica, ruoli del cuore e banale quotidianità in cui si rifugia quando è lontano dal cinema. Inevitabile da parte mia soffermarmi su M. Night Shyamalan e su quanto accaduto pochi anni fa con il regista di origine indiana. In un certo senso, è il compimento perfetto di quel crop-circle iniziato a Dicembre 2016.

Cosa non dimenticherò mai di questo incontro? Sicuramente le modalità paradossali e completamente illogiche che mi hanno portato a chiacchierare consecutivamente per due giorni con Joaquin Phoenix; il fatto che sia stato lui a ricordarsi di noi e ad insistere, nonostante gli impegni con la stampa “istituzionale”, nel volerci vedere; i saluti con abbracci e pacche sulle spalle come vecchi amici e, infine, la profondità dei suoi occhi, due gorghi azzurri e magnetici, pozzi profondi di malinconia e mille vite vissute.

*link alla seconda parte dell'articolo

martedì 25 ottobre 2016

CINEVOTI #ROMAFF11 (I VOTI DEI REDATTORI)

di Emanuele D'Aniello, Emanuele Paglialonga, Mara Siviero




Emanuele D'Aniello Emanuele Paglialonga Mara Siviero
AMERICAN PASTORAL di Ewan McGregor ★★1/2 ★★1/2 ★★1/2
INFERNO di Ron Howard

★★1/2 ★★★
IN GUERRA PER AMORE di Pif

★★★

3 GENERATIONS di Gaby Dellal ★★★ ★★ ★★
MOONLIGHT di Barry Jenkins ★★★1/2 ★★ ★★
SNOWDEN di Oliver Stone ★★ ★★★ ★★★
MANCHESTER BY THE SEA di Kenneth Lonergan ★★★★ ★★ ★★★1/2
LOUISE EN HIVER di Jean Françoise Laguionie ★★★ 1/2 ★★★
AFTERIMAGE di Andrzej Wajda

★★★ ★★1/2
SOLE CUORE AMORE di Daniele Vicari



★★
SING STREET di John Carney ★★★1/2 ★★★ ★★★★
CICOGNE IN MISSIONE di D. Sweetland e N. Stoller ★★★ 1/2 ★★1/2
MARIOTTIDE di Maccio Capatonda



★★
RICHARD LINKLATER: DREAM IS DESTINY di L. Black e K. Bernstein ★★★ ★★★ ★★★
THE ROLLING STONES OLE OLE OLE! Di Paul Dugdale



★★1/2
UNA di Benedict Andrew ★★★★ 1/2
7:19 di Jorge Michel Grau

★★ ★★1/2
TRAMPS di Adam Leon ★★★ 1/2 ★★
THE ACCOUNTANT di Gavin O'Connor ★★★ ★★ ★★★
NAPLES '44 di Francesco Patierno ★★★ ★★ ★★★
GOODBYE BERLIN di Fatih Akin

★★1/2 ★★1/2
CAPTAIN FANTASTIC di Matt Ross

★★★1/2 ★★★1/2
GENIUS di Michael Grandage ★★1/2

★★1/2
HELL OR HIGH WATER di David Mackenzie ★★★1/2

★★★
TRAIN TO BUSAN di Sang-ho Yeon ★★★1/2 ★★★1/2 ★★★★
THE HOLLARS di John Krasinski ★★★ ★★ ★★1/2
FLORENCE FOSTER JENKINS di Stephen Frears ★★★ ★★1/2 ★★★
LA TORTUE ROGUE di Michael Dudok de Wit ★★1/2 1/2 ★★★
SWISS ARMY MAN di Dan Kwan e Daniel Scheinert

★★1/2

BIRTH OF A NATION di Nate Parker ★★★ 1/2

LONDON TOWN di Derrick Borte ★★★ 1/2

INTO THE INFERNO di Werner Herzog ★★★ ★★★

MARIA PER ROMA di Karen Di Porto 1/2 1/2

AL FINAL DEL TUNEL di Rodrigo Grande ★★★ ★★1/2

FRITZ LANG di Gordian Maugg ★★★1/2 ★★★1/2

LA FILLE DE BREST di Emmanuelle Bercot ★★1/2 ★★

LION di Garth Davis ★★★ ★★1/2

7 MINUTI di Michele Placido ★★ ★★1/2

RITMO SBILENCO di Mattia Colombo

★★

2NIGHT di Ivan Silvestrini ★★1/2



DENIAL di Mick Jackson ★★★



GOLDSTONE di Ivan Sen ★★1/2



KICKS di Justin Tipping ★★★




martedì 13 settembre 2016

VENEZIA 73: RECENSIONI DA COINQUILINI. I FILM ODIATI

di Matteo Marescalco

Per provare a pubblicare un pezzo di analisi differente dalle solite recensioni, ho chiamato a raccolta quattro dei miei sette coinquilini veneziani (per questa seconda puntata, la terza ha declinato l'invito, causa impegni universitari) chiedendo loro di scegliere due dei film più amati e due dei più odiati visionati all'ultima Mostra del Cinema e di parlarne brevemente. Oltre ad aver condiviso con loro bat-caverne negli anfratti della cucina, bagni dalla (in)dubbia pulizia, attacchi in massa di zanzare, cavallette, locuste e chi più ne ha più ne metta, spritz gentilmente offerti dal bar del Movie Village, proiezioni-sonnifero, appostamenti e Pabli Larrain ubriachi, mi trovo ora a riflettere, insieme a loro, sui film che hanno maggiormente suscitato le nostre emozioni, in positivo e in negativo. Di seguito, i film più odiati dagli hateful five che partecipano alla conversazione.
Per i film più amati, cliccate qui.

EMANUELE D'ANIELLO (CulturaMente e Bastardi per la gloria)

Piuma di Roan Johnson
Piuma parla di immaturità: quella di due ragazzini di fronte all'arrivo di una figlia inattesa, quella dei genitori di fronte ai problemi della vita, e in un certo senso, anche di quella cinematografica di una pellicola vuota, leggera fino all'esasperazione, fino a diventare inutile. Piuma è infatti una farsa che rifugge la complessità e, pur di strappare risate, evita di ricordarsi la realtà: ci si può rivedere, all'inizio, nei giovani Ferruccio e Caterina (evito di dire la versione "mocciana" dei nomi nel film) e nei personaggi dei genitori? Assolutamente sì; ma alla fine della pellicola? No, perché rimangono soltanto macchiette. Il film ha soprattutto un enorme difetto: voler raccontare la semplicità soltanto con la semplicità stessa, non capendo che la leggerezza, specialmente nel mondo odierno e nel cinema, è uno degli stati d'animo più complessi ed importanti da ricreare e comunicare.

Les beaux jours d'Aranjuez di Wim Wenders
Credo che tutti, almeno una volta nella vita, debbano vedere La mia cena con Andrè di Louis Malle, un compendio su come raccontare l'umanità al cinema. Questa premessa è doverosa per far capire che i film di solo dialogo, con due persone sedute ad un tavolo, sono possibili e interessanti. Evidentemente, però, Wim Wenders non lo ha mai visto, perché il suo nuovo film, oltre alla staticità, oltre alla noia, ci ha regalato minuti infiniti di dialoghi ridicoli e non interessanti raccontati da due personaggi che parlano come robot. Tutto ciò in 3D: una presa in giro o una provocazione se arrivasse da un altro regista, ma, arrivando da Wenders, non fatico a credere che l'idea avesse la massima serietà e, di conseguenza, la massima presunzione di tenere in ostaggio lo spettatore e far passare il tutto come arte.

MATTEO MARESCALCO (Cinemonitor, Cinema4Stelle, Il Giornale di LettereFilosofia e Diario di un cinefilo)

Nocturnal Animals di Tom Ford
La sensazione latente di estetizzazione senza alcun fine che si muoveva in incubazione in A single man esplode in quest'ultimo film dello stilista Tom Ford e finisce per avere conseguenze disastro sui suoi personaggi. Per Ford, la narrazione è sempre al servizio del suo stile e mai viceversa, l'odio nei confronti dei personaggi finisce per ingabbiarli in una costruzione circolare in cui tutto è palese fin dall'inizio. Il distacco, la brutalità e la freddezza dell'atteggiamento del regista verso i protagonisti che animano il suo spettacolo patinato si riflette anche sull'atteggiamento spettatoriale, lasciato ai margini della vicenda e privo di muoversi con libertà. Mai vista tanta cattiveria nei confronti di chi nutre una narrazione.

Questi giorni di Giuseppe Piccioni
Nonostante le maiuscole prove nelle personali riletture dell'Amleto e del Don Giovanni e il ruolo da protagonista assoluto in Una casa di bambola, Filippo Timi continua ad effettuare pessime scelte al cinema. In Questi giorni, inserito inspiegabilmente nel Concorso ufficiale dell'ultima Mostra del Cinema, interpreta un professore insicuro e balbuziente, una figurina di contorno che si aggiunge alle molte altre che si muovono nell'universo creato da Piccioni. Alla sostanziale debolezza dei personaggi, si aggiunge anche un copione sciatto e blando che si nutre di luoghi comuni e di cliché per nulla approfonditi. Banale, abbozzato ed imbarazzante. E, come se non bastasse, peggiora con l'avanzare dei minuti. Da dimenticare.  

EMANUELE PAGLIALONGA (Il Giornale di LettereFilosofia e Diario di un cinefilo)

Arrival di Denis Villeneuve
Il film propone un punto di vista interessante per quel che riguarda la fantascienza: arrivano gli alieni ad invadere il pianeta ma il problema è cercare di interpretare il loro linguaggio. Se ne farà carico Amy Adams, traduttrice e docente universitaria, inviata a dialogare con dei calamari giganti che si fanno capire con segni molto simili alle macchie di Rorschach. Originale ma sviluppato male: tutta la parte relativa all'interazione tra alieni e umani è lenta e finisce per appesantire il film. La fantascienza non è mai stata così noiosa.

Tommaso di Kim Rossi Stuart
Di film inguardabili alla Mostra ce ne sono stati diversi. Da Une vie a Les beaux jours d'Aranjuez, passando per Planetarium ma il Leone per il peggior film in assoluto lo porta a casa Kim Rossi Stuart, che qui indossa la triplice veste di attore, regista e sceneggiatore. Il suo Tommaso è una sintesi riuscita malissimo fra Woody Allen e Nanni Moretti: i problemi che affliggono il protagonista riguardano la sessualità e le relazioni con le donne. Peccato che il film non abbia capo né coda, che i nudi femminili siano gratuiti ed immotivati, che la recitazione sia insopportabile e sopra le righe. Ogni scena è stata pensa male e scritta peggio. Perché?!
ELISA TORSIELLO (Above the line, Cinema4Stelle e Radioeco)

Une vie di Stephané Brizé
Affermare che l'opera è tratta da un romanzo di Maupassant non è una giustificazione valida per la presentazione a Venezia. L'ultimo film di Brizé si rivela debole, tedioso e pedante, incapace di coinvolgere emotivamente il pubblico, facendolo immedesimare nel dolore e nelle pene provate dalla protagonista. Interessante il montaggio che frammenta la continuità narrativa con numerosi salti indietro nel tempo ma un aspetto tecnico non può salvare l'intero film. La lunghezza stessa risulta fastidiosa, dando l'impressione di una sceneggiatura che, nell'incapacità di trovare punti di svolta, allunga il brodo narrativo già di per sé al limite della sopportazione.

Tommaso di Kim Rossi Stuart
Ciò che veramente fa arrabbiare di questa seconda opera da regista di Kim Rossi Stuart, compromettendone il giudizio finale, è l'interessante struttura narrativa di base, volta ad analizzare problemi relazionali a noi tutti comuni, rovinata da una regia anonima e interpretazioni troppo urlate e poco emotivamente smussate. I personaggi che abitano il mondo di Tommaso rivelano un'apatia interpretativa tale da immettere tra loro e il pubblico un vuoto difficile da colmare. Si comprendono le difficoltà di Tommaso nello stabilire relazioni sentimentali durature e solide ma non riusciamo a farle nostre. Guardiamo a dovuta distanza un uomo schiacciato dal dolore ma non riusciamo a credergli. Cosa che, per un mondo come quello del cinema dove l'illusione si fa realtà, non è propriamente accettabile.

lunedì 12 settembre 2016

VENEZIA 73: RECENSIONI DA COINQUILINI. I FILM AMATI

di Matteo Marescalco

Per provare a pubblicare un pezzo di analisi differente dalle solite recensioni, ho chiamato a raccolta quattro dei miei sette coinquilini veneziani chiedendo loro di scegliere due dei film più amati e due dei più odiati visionati all'ultima Mostra del Cinema e di parlarne brevemente. Oltre ad aver condiviso con loro bat-caverne negli anfratti della cucina, bagni dalla (in)dubbia pulizia, attacchi in massa di zanzare, cavallette, locuste e chi più ne ha più ne metta, spritz gentilmente offerti dal bar del Movie Village, proiezioni-sonnifero, appostamenti e Pabli Larrain ubriachi, mi trovo a riflettere sui film che hanno maggiormente suscitato le nostre emozioni, in positivo e in negativo. Di seguito, i film più amati dagli hateful five che partecipano alla conversazione.
Per i film più odiati, cliccate qui.

EMANUELE D'ANIELLO (Culturamente e Bastardi per la gloria)

Jackie di Pablo Larrain
Più che un biopic convenzionale, con la sua struttura frammentaria, Jackie è l'analisi dell'elaborazione del lutto. Nel racconto dei tre giorni che passano dall'omicidio del presidente John Kennedy nel 1963 al suo funerale, il volto di Natalie Portman, scavato e triste, ma al tempo stesso magnetico e dignitoso, sempre inquadrato attraverso lancinanti primi piani, è la bussola che ci guida tra il dolore privato di una donna e quello pubblico di una nazione ferita. Il regista Pablo Larrain, che ha una sensibilità sua diversissima da quella dei colleghi americani, concepisce un film tutto interiore interamente su un volto esteriore, accogliendoci in un dolore che non si può superare. Semmai imparare a conviverci.

El ciudadano ilustre di Gaston Duprat e Mariano Cohn
Se non ci fosse stato il sogno incarnato da Maradona e il terrore rappresentato dalla dittatura, la storia ed il sentimento popolare dell'Argentina si potrebbe racchiudere nel percorso che va dall'umiliazione per il mancato Premio Nobel a Jorge Luis Borges fino alla gioia per l'elezione a Papa di Jorge Bergoglio. E, non a caso, questi personaggi sono citati tutti in El ciudadano ilustre, uno spaccato ironico ed arguto di commedia umana sulle figure che la popolano. Ironico e corrosivo, esilarante ma anche molto malinconico, il film racconta il conflitto universale che noi tutti attraversiamo: cosa vale la pena realizzare nella vita e come affrontare le conseguenze delle proprie scelte? Far ridere svelando con intelligenze l'ipocrisia e l'insoddisfazione umana è forse il più grande risultato che un film possa raggiungere.

MATTEO MARESCALCO (Cinemonitor, Cinema4StelleIl Giornale di LettereFilosofia e Diario di un cinefilo)

The bad batch di Ana Lily Amirpour
L'idea che The bad batch possa essere un sequel non ufficiale di The Truman Show di Peter Weir è assai allettante. La presenza di Jim Carrey a fare da traghettatore conferma questa mia ipotesi. Nel film del 1998, Truman Burbank riusciva ad evadere dalla realtà fittizia costruitagli intorno da Christof. Nel lungometraggio lisergico della Amirpour, Carrey interpreta un barbone che vaga per un deserto al di fuori della civiltà, il "lotto difettoso, tra una comunità di cannibali e Comfort, villaggio guidato dal Grande Sogno, santone new age che dispensa perle di saggezza e violenta le proprie donne. La realtà non è mai stata così dura e meno soddisfacente della sua creazione spettacolare. Sfilacciato e sbilanciato ma potente, come i corpi muscolosi degli attori che vi fanno parte. Decisamente, il colpo di fulmine dell'ultima Mostra del Cinema.

La La Land di Damien Chazelle
Dopo Gravity, Birdman ed Everest, la Mostra del Cinema di Venezia riesce a trovare un'altra apertura con il botto grazie allo shakeratissimo La La Land del giovane Chazelle. Il film è una gioia per gli occhi e le orecchie, porta via con sé un pezzo di cuore, affascina e cattura. Inizia con un ritmo frastornante tra coreografie autostradali e, man mano, riesce a placare il suo baricentro su un amore impossibile che vive della propria affermazione artistica, che cresce e diminuisce, si rinforza e si indebolisce. Fino all'onirico finale, sliding doors che demoliscono, con la leggerezza di un'utopia, tutto ciò che è accaduto, lasciando spazio ad un ultimo sprazzo di sogno nella city of stars. Il dispositivo cinematografico non è mai stato così attraente e amaro.


The Young Pope di Paolo Sorrentino
Tutti a pensare che la serie di Sorrentino sarebbe stata tutt’al più un remake con più soldi de Il giovane Ratzinger, e invece dai primi due episodi che sono stati presentati in anteprima ne è emerso un lavoro ottimale, divertente e d’intrigo. Una House of Cards vaticana diretta da un italiano con tre punte di diamante: Jude Law, Diane Keaton e Silvio Orlando (nessuno mai si sarebbe aspettato di vederli nella stessa inquadratura). Il Sorrentino onirico si condensa nei primi cinque minuti del primo episodio, per poi lasciare spazio al suo sguardo cinico e disincantato, lavorando su una storia ben scritta e dalle grandi potenzialità che porta alla luce, anzi, all’ombra, un papa italo americano che fuma, non vuol essere fotografato e che al suo primo discorso affacciandosi in Piazza San Pietro lascia intravedere solo la sua oscura silhouette, inveendo pesantemente contro i fedeli che non riescono a vederlo. Un personaggio destinato a far parlare di sé. Plauso a Sorrentino.

Brimstone di Martin Koolhoven
La critica è stata concorde nello stroncare il western al femminile con Dakota Fanning e Guy Pearce, nonostante sia notevole e sicuramente più meritevole di altri orrori piazzati in Concorso. Il film ricalca molto il modello tarantiniano: è un western, è diviso in capitoli, è violento e pulp e, nella sezione finale, la carrozza che avanza nella neve è un richiamo evidente a The Hateful Eight. Brimstone è diviso in quattro capitoli, anche se l’ordine cronologico non viene rispettato: le sezioni centrali sono quindi dei grossi flashback che portano avanti la trama con molta attenzione. Pecche condivisibili con chi il film l’ha stroncato: la durata (avrebbe giovato se lo script fosse stato asciugato di una ventina di pagine, soprattutto nella parte finale) e l’immortalità e inossidabilità del villain che finisce per avere una punizione finale ingiusta e poco violenta: con tutto quello che i personaggi del film hanno patito, il pan per focaccia sarebbe stato cosa buona e giusta. Ciononostante, è un sì.

MARA SIVIERO (Sensi di cinema e Diario di un cinefilo)

Arrival di Denis Villeneuve
Uno dei film che sicuramente mi ha maggiormente soddisfatto è stato Arrival. Considerarlo come il solito film sugli alieni sarebbe un terribile errore. Villeneuve analizza il rapporto che si può creare tra due identità diverse attraverso un livello di comunicazione adeguato ad entrambe le parti. Alieni buoni o cattivi? La solita domanda, si direbbe. La bravura del regista consiste nel tenere catalizzata l'attenzione sulle fasi precedenti alla risposta. La protagonista che vive l'intrecciarsi di diverse dimensioni temporali è un mezzo al servizio dello spettatore che viene guidato alla comprensione e alla conoscenza tramite un processo lento e graduale. Villeneuve mostra quanto comunicare con il diverso sia sempre possibile e quanto ciò possa assurgere a simbolo sulla comunicazione tra noi stessi e i nostri simili.

La La Land di Damien Chazelle
Annunciato come musical-omaggio ai tempi d'oro che furono del suddetto genere, ci si domandava se, in effetti, Damien Chazelle sarebbe stato in grado o meno di mettere in piedi uno spettacolo dalla storia intrigante e nel frattempo di omaggiare il passato senza perdere pezzi per strada. La La Land racconta la nostalgia verso qualcosa o qualcuno che si sta perdendo insieme alla tensione per qualcosa che, invece, si sta edificando. Il cammino di una ragazza che tenta di diventare attrice e quello di un ragazzo che cerca di salvaguardare un genere come il jazz si incrociano in una strada fatta di canzoni e di danze, segni di un passato trattato con le pinze dell'innovazione e della modernità. Il passato è solo un'entità di tempo da cui bisognerebbe trarre al nostro servizio gli insegnamenti necessari ed adattarli al presente ed al futuro.

ELISA TORSIELLO (Above the line, Cinema4Stelle e Radioeco)

One more time with feeling di Andrew Dominik
La macchina da presa danza malinconica sulle note di Nick Cave, in uno dei momenti peggiori, ma artisticamente più elevati, nella vita dell'artista. La rielaborazione del lutto attraverso la composizione musicale ha dato vita ad un'opera sublime e commovente, che avvolge lo spettatore e lo fa danzare insieme alla cinepresa.

La La Land di Damien Chazelle
Chazelle prende il genere musical e lo fa suo, aggiungendo, ai colori sognanti di Un americano a Parigi e alla rincorsa ai propri sogni di E' nata una stella, una capacità registica matura e solida e una storia mai mielosa ma realistica. Il risultato che ne deriva è un film che va ben oltre il genere musical, che ne travalica i confini per elevarsi a mero specchio della realtà o, se vogliamo, a frammento di vita vissuta.