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Woody Allen è un genio, uno dei maestri del cinema americano e mondiale, un autore che può avvicinarsi ai maestri che ha sempre omaggiato (Wilder, Lubitsch, Fellini, Bergman), quindi diventa difficile dire qualcosa che non sia già stato detto, scrivere qualcosa che non sia già stato scritto. Ed è anche difficile parlare singolarmente di un film, quando tutte le opere della sua carriera sono tasselli che vanno man mano componendo un gigantesco mosaico di parole, immagini, pensieri, volti e storie. Ma, dopo decenni di carriera e decine di film, l’eterno Woody non smette di stupire, regalando momenti di grandezza cinematografica e letteraria.
«Di che cosa stiamo parlando? Moralità, scelta, estetica, la casualità della vita?». La domanda che si poneva l’Abe Lucas di Joaquin Phoenix in Irrational Man può essere applicata a tutta la filmografia di Allen, anche a quest’ultimo Café Society, la cui storia d’amore agrodolce è ambientata negli anni ’30. Il film segue il viaggio di Bobby Dorfman dal Bronx, dove è nato, a Hollywood, dove si innamora, per poi tornare nuovamente a New York, in cui viene travolto nel mondo vibrante della vita dei locali notturni dell’alta società. E tanto basta, perché andare ad analizzare il film nella sua costruzione e nelle sue svolte narrative è, in questo caso, un lavoro tanto inutile quanto deleterio. Sta al pubblico essere accompagnato nelle svolte della vicenda e godere del racconto, delle tipiche battute brillanti, ironiche e pungenti, dei personaggi, sempre costruiti con impeccabile maestria (dai genitori di Bobby al fratello, dallo zio alla Veronica di Kirsten Stewart).
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