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giovedì 17 maggio 2018

DOGMAN

di Matteo Marescalco

«Restiamo qui, abbandonati, come se non ci fosse più niente, più niente al mondo». Fin dal primo trailer, con la delicata voce di Mina a fare da contraltare alla violenza ed alla carnalità delle immagini, la posta in gioco era chiara.
Dopo il salto tra le luci di un cinema internazionale (Il racconto dei racconti) ma anche più “progettato” ed emotivamente freddo, in Dogman, Matteo Garrone torna al territorio che gli è più congeniale, quello già visitato in occasione de L'imbalsamatore e di Primo amore, per intenderci. Macchina a mano che tallona i personaggi e non lascia loro un attimo di tregua, nemmeno uno spazio per volgere lo sguardo altrove, verso un'utopia che non riescono nemmeno ad immaginare.

Il film fa di uno dei casi di cronaca più cruenti del nostro passato recente il proprio materiale di partenza: la vicenda del Canaro della Magliana, toelettatore di cani che, nel Febbraio 1988, uccise e torturò orribilmente un pugile colpevole di non avergli corrisposto la parte che gli spettava per una rapina. La storia rielaborata da Garrone non si lascia fagocitare dal dato cronachistico ma lo supera di slancio, costruendo un racconto dai caratteri universali, un tuffo in un baratro senza via d'uscita.
Marcello è il proprietario di un negozio di toelettatura, ha una figlia ed è appassionato di cani. Il negozio si trova sul lungomare di una zona non precisata ed è affiancato da un Compro oro e da una sala biliardo. In questa ultima frontiera ancora intatta dal mondo esterno, abita anche Simone, una scheggia impazzita che, con la sua imponente presenza, terrorizza tutto il quartiere. Marcello è affettuoso con la figlia ma spaccia cocaina, viene maltrattato ed umiliato da Simone ma non riesce a non essere remissivo nei suoi confronti. Dopo l'ennesima sopraffazione, però, qualcosa cambia nel suo comportamento.

A livello visivo ed emozionale, è già tutto contenuto nella prima sequenza del film. La macchina da presa si accosta al volto di un cane aggressivo che digrigna i denti e mostra la morsa della propria mandibola. Un uomo esile e gentile, il toelettatore, lo lava con gesti attenti e delicati. Questo contrasto fa da apripista alla periferia iperreale, protagonista del mondo cattivo e oscuro come la notte portato in scena in Dogman. Un mondo privo di regole e di sogni, un'ultima frontiera in cui nemmeno la speranza è riuscita a penetrare e dove tutto rimane costantemente uguale a sé stesso. Dove neanche il sacrificio di Cristo verrebbe notato (a tal proposito, il finale ricorda da vicino quello di Loro 2 di Paolo Sorrentino).

Garrone trascina dentro questo suo film e contagia lo spettatore, lo inchioda alla poltrona della sala e lo getta in un vicoletto, preda di scatti d'ira incontrollati e di cattiveria oltre ogni limite da parte dei suoi abitanti. Il cinema dell'autore romano non era mai stato così diretto, immediato e attento al fuori campo (a volte, basta una semplice voce o il rombo di un motore ad anticipare la presenza del mostro). Lo scontro tra derelitti e umanità che, nonostante tutto, pulsa nell'animo del protagonista genererà impensabili scintille tra questi residui di un'umanità miserabile. Garrone sfrutta la rabbia di un cinema che sa esplodere quando deve farlo e si ferma quando è necessario per costruire un racconto pieno di pietas ma avaro di salvezza, in grado di raggiungere vette espressive di rarissima intensità.

Il sole sta per sorgere sul litorale di periferia. Ma questa volta, non c'è nemmeno più spazio per quei finali in bilico di Reality e Il racconto dei racconti, tra apertura onirica e sopravvivenza. Resta solo un'estenuante spossatezza difficile da gettarsi alle spalle.

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