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venerdì 27 marzo 2015

INTO THE WOODS

di Matteo Marescalco 
 
Basato sull'omonimo musical di Stephen Sondheim, incredibile macedonia di celebri fiabe tradizionali dei Fratelli Grimm quali Cenerentola, Cappuccetto rosso e Raperonzolo, con l'aggiunta di Jack e il fagiolo magico, Into the woods segna il ritorno dietro la macchina da presa di Rob Marshall, tre anni dopo aver diretto il quarto capitolo della saga di Pirati dei caraibi

Il film costituisce una sorta di estensione delle suddette fiabe dei Fratelli Grimm, prova ad analizzare le reali pulsioni dei personaggi portati in scena e a chiedersi cosa accade dopo lo sbandierato lieto fine. 
Il primo sintagma narrativo, incentrato sulla presentazione dei diversi protagonisti, effettuata in montaggio alternato, mostra un panettiere e sua moglie che si rendono conto di non poter avere figli perchè maledetti da una strega. Se vogliono spezzare la maledizione, devono incamminarsi nel bosco per procurarsi gli oggetti necessari per rompere l'incantesimo e dar vita ad una famiglia: un mantello rosso sangue, una mucca bianco latte, una scarpetta dorata e delle setole color grano.

Il ritmo di questa prima sezione è davvero elevato e getta lo spettatore nel cuore pulsante della storia narrata. I singoli personaggi, con le loro vicende e le immancabili digressioni in cui si imbattono, vengono relegati in uno spazio oscuro e cupo in cui sembrano materializzarsi i fantasmi delle loro esistenze. 

A differenza di altre riduzioni Disney (sorge spontaneo pensare a Cenerentola di Kenneth Branagh e all'affastellamento barocco di dettagli inutili), Into the woods è un film serio e privo di chissà quali voli pindarici sul versante visivo. Particolarmente esaltata risulta essere la dimensione orrorifica e crudele delle vicende a scapito del sentimento ironico, incarnato unicamente dai personaggi dei due principi, fratelli rivali, più preoccupati dal loro aspetto fisico che dal conquistare le donzelle dei loro sogni. L'impressione è quella che il regista e gli autori del libretto del musical si siano divertiti a ribaltare la tradizionale figura del principe senza macchia, mostrando il risvolto della medaglia. 

Centro focale del lungometraggio è rappresentato dal rapporto genitori-figli e dalle aspettative di vita della prole. Le dinamiche comportamentali di Jack, Cappuccetto Rosso e Raperonzolo risultano essere attenzionate. I tre giovani desiderano solo distaccarsi dai membri familiari ed intraprendere un loro autonomo percorso di vita che li porti a contatto con gli aspetti più estremi della realtà. 

Nessuno è veramente puro ed innocente in questo adattamento Disney e l'inventiva e l'originalità generale consentono, senza ombra di dubbio, di chiudere un occhio su alcuni risvolti diegetici poco precisi. Into the woods risulta essere, in definitiva, uno dei prodotti Disney più intelligenti e riusciti degli ultimi tempi, collocandosi sullo stesso piano de Il grande e potente Oz di Sam Raimi

NICCOLO' AMMANITI ALLA SAPIENZA: IL SUO PERCORSO LETTERARIO

di Matteo Marescalco
 
Giovedì 26 Marzo, nell'ambito delle attività del Master in Editoria, giornalismo e management culturale del Dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche della Sapienza, si è tenuto un incontro con lo scrittore Niccolò Ammaniti. Il programma ha previsto la lettura della raccolta di racconti Fango da parte di Alberto Asor Rosa e l'intervento dei corsisti del Master che hanno posto all'autore una serie di domande sul suo percorso artistico. 

Emaciato e smagrito rispetto alle ultime apparizioni pubbliche per lo sprint finale nella stesura dell'ultimo libro, Ammaniti ha partecipato attivamente all'incontro dimostrando profondo interesse nonostante l'esiguità e lo scarso livello qualitativo delle domande poste dai corsisti. 

Ad aprire le danze è stato Asor Rosa che ha definito lo scrittore come una delle voci più innovative della nostra recente narrativa che ha sperimentato con grande audacia le possibilità nuove contenute nel nostro linguaggio e ha dato una serie di testimonianze sullo scavo sulla realtà e sui linguaggi contemporanei più vicini a noi. 

Ammaniti ha debuttato nel mondo della letteratura con il romanzo Branchie nel 1994, edito inizialmente da Ediesse e poi da Einaudi nel 1997 con sostanziali modifiche, in seguito all'attribuzione dell'etichetta mediatica dei Cannibali
Il romanzo, seminale a livello stilistico e ancora indeciso sul versante dello sviluppo narrativo, trova nella fallimentare esperienza universitaria dell'autore (Niccolò ha studiato Biologia senza mai laurearsi) il suo punto di partenza. Il libro narra il trip in India allucinato e psicotropo di un ragazzo malato terminale di tumore deciso a non curarsi. Nonostante le evidenti incertezze, Branchie contiene, in stato embrionale, tutti quegli elementi che, da lì a poco tempo, avrebbero caratterizzato la scrittura di uno dei più brillanti narratori italiani contemporanei.

«Branchie è stato il primo romanzo che ho scritto e ha creato un po' tutto senza che nemmeno me ne rendessi conto. Il libro è scritto in prima persona perchè vedevo, in questa scelta, la straordinaria possibilità di narrare eventi che raccontassero le mie passioni principali. Non sapevo cosa dovessi scrivere e mi sono ritrovato con l'idea di fare qualcosa di nuovo».

Risalgono al 1996 Fango e la raccolta di racconti Gioventù Cannibale che è valsa a Niccolò e ad altri autori (tra cui Luisa Brancaccio, Aldo Nove, Stefano Massaron e Alda Teodorani) la nomina di scrittori Cannibali. L'antologia è stata curata da Daniele Brolli per Einaudi
Ha chiesto un corsista del Master quanto stesse stretta ad Ammaniti questa etichetta e quali fossero state le opere fondamentali per quel gruppo. 
«Le opere che hanno fortemente influenzato la generazione dei Cannibali sono state American Psycho di Bret Easton Ellis e Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Il pulp in Italia non era chiaro cosa fosse. Lo abbiamo visto arrivare e abbiamo cominciato a capire cosa fosse proprio con Pulp Fiction. All'epoca ero interessato a sperimentare una commistione tra materiale alto e basso, fumetti, cinema e prime strutture narrative dei videogiochi. Con Gioventù cannibale e Fango, mi sono ritrovato a muovermi all'interno di un genere, quello dell'horror, poco frequentato in Italia. Nel nostro Paese, purtroppo, sono arrivate solo copie sbiadite di autori quali Clive Barker e Stephen King. Il mio obiettivo era quello di unire la realtà italiana a qualcosa che non ci riguardasse, cercare una commistione tra storia prettamente italiana e immagini che potessero provenire dall'estero. Il grande successo fu dovuto, in larga parte, alla prefazione di Daniele Brolli che definì la nostra opera «l'anno zero della letteratura italiana. Il segno di un nuovo inizio». Ovviamente queste dichiarazioni fecero incazzare terribilmente l'opinione pubblica e noi finimmo nell'occhio del ciclone. Volevano i cannibali? E noi facevamo i cannibali», ha detto molto francamente Ammaniti. 

Fango, pubblicato dalla Mondadori nel 1996, è composto da sei racconti: L'ultimo capodanno dell'umanità, Rispetto, Ti sogno con terrore, Lo zoologo, Fango (Vivere e morire al Prenestino) e Carta e Ferro. Comincia ad affermarsi, grazie a questa antologia, la capacità di Niccolò di gestire complesse narrazioni reticolari e di dar vita ad intrecci che coinvolgono una moltitudine di personaggi alle prese con le loro pulsioni più recondite. 
«Dopo aver scritto Branchie, non sapevo se avrei continuato con la scrittura. La prima domanda che mi sono posto, inserendo nel libro ogni residuo anarchico che mi era rimasto, era capire cosa fare. Provare a studiare lo sviluppo di una storia. Fino a quel momento, non sapevo sviluppare e costruire un libro. La mia preparazione giovanile si basava unicamente sui classici inglesi e su Il giovane Holden. Poi ho cominciato a leggere i minimalisti americani. Il mio obiettivo divenne mostrare il mondo dal mio punto di vista, come se fossi un Dio artefice che costruisce attorno ai suoi personaggi un panorama in cui muoversi. E ho provato a scrivere una serie di racconti anzicchè un romanzo. Così è nato Fango. Nel primo racconto, la lezione del montaggio al cinema mi è stata molto utile. Avevo imparato a staccare tra i personaggi alla maniera cinematografica. Ho immaginato un'unità di luogo e di tempo con tanti personaggi di cui potessi osservare, come Jeff ne La finestra sul cortile, situazioni e propositi che, nell'anno incipiente, avrebbero dovuto migliorare le loro aspettative di vita. Provavo un goliardico divertimento nel vedere i miei personaggi massacrati. La struttura di questo primo racconto ricalca quella di America oggi di Altman e di Magnolia di Anderson. Devo molto anche ai racconti di Carver che portava sulla carta le deviazioni di un'America tranquilla di fronte a strane storie. 
Il secondo racconto, invece, parte dall'idea della prima persona plurale. Ho assunto il punto di vista del branco e ho descritto un terribile stupro in cui i resti della nottata bagorda venissero paradossalmente nascosti dal sorgere del sole. 
Nell'ultimo racconto traspare, indubbiamente, l'influenza del cyber-punk e di manga quali Akira e Full Metal Alchemist. Diciamo che alla base di molti miei scritti si può ritrovare lo stesso meccanismo che domina il mondo di Alfred Hitchcock o degli episodi di Ai confini della realtà: personaggi normali a cui capitano fatti assurdi».

Nel 1999 è il turno di Ti prendo e ti porto via, edito da Mondadori, che segna una cesura all'interno della sua carriera artistica.
«In Ti prendo e ti porto via ho abbandonato le mie passioni e mi sono concentrato sui rapporti sociali. Ho provato a costruire una storia d'amore ai margini della società e ho assunto il punto di vista di due adolescenti. Penso che solo attraverso l'ingenuità dello sguardo dei bambini si possa realmente analizzare la società». 
Questo romanzo rappresenta, molto probabilmente, lo zenit della produzione ammanitiana che assume sempre più la veste del viaggio di formazione. Il libro narra la storia di Pietro e Gloria e, attraverso un flashback, mostra anche le vicende di altri personaggi le cui esistenze si aggrovigliano con quelle dei due protagonisti. A fare da padrone è una sensazione di inevitabile fatalismo, continuamente insediato, tuttavia, da fugaci illuminazioni epifaniche. Non sembra esistere alcuna via di scampo per i personaggi del romanzo, condannati tutti quanti ad una esistenza marginale, ad alzarsi per poi cadere rovinosamente. 

La dialettica buio-luce ed il rapporto genitori-figli vengono ampiamente trattati in Io non ho paura (edito da Einaudi nel 2001) e in Come Dio comanda (Mondadori, 2006) che gli vale il Premio Strega
Entrambi i romanzi rappresentano il percorso che porta alla presa di coscienza dei due giovani protagonisti (Michele Amitrano e Cristiano Zena) nei confronti della realtà e dei loro genitori, con una sostanziale differenza. 
Nel primo romanzo, Ammaniti colloca il suo protagonista in bilico tra il mondo degli uomini e il mondo dei mostri, in un luogo liminale tra luce e buio. Michele scopre la sofferenza e il male dell'età adulta in un'oscura buca che nasconde un terribile segreto nella vastità di un dorato campo di grano. Tornare indietro è impossibile e al bambino non resta altro da fare che affrontare i fantasmi che lo porteranno alla maturità, consapevole del fatto che «(...) i mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni. Si deve avere paura degli uomini, non dei mostri».
Nella prosecuzione ideale, Come Dio comanda, Cristiano è precipitato nella buca nera cui era accorso Michele. Anche la progressiva caduta nella reiterazione dell'orrore quotidiano, sotto la pioggia battente, tuttavia, può nascondere una serie di attimi luminosi, che vengono vissuti, probabilmente, solo a livello mentale ma che sono in grado di donare la speranza al giovane protagonista. 

Ammaniti e Asor Rosa si sono soffermati, infine, sui rapporti tra cinema e letteratura. Diverse sono state, infatti, le trasposizioni cinematografiche tratte dai libri dello scrittore romano che ha dichiarato di preferire L'ultimo capodanno di Marco Risi, nonostante sia stato un netto flop commerciale. 

Al termine dell'incontro, Niccolò si è congedato con una frase che esprime in pieno il suo carattere e il suo stile di scrittura: «Lo scrittore deve vivere poco. Piuttosto, deve saper osservare. Siamo, più che altro, dei voyeur. Lo scrittore non è quello che balla al centro della pista, ma più l'osservatore ai margini, quello che nota le dinamiche immerso in un timido silenzio». 
E noi non abbiamo potuto fare altro che notare la timidezza di Ammaniti, la sua ironia ed autoironia (maschera per eccellenza dei timidi), e il sorriso malinconico che sembra aver trasmesso direttamente ai suoi personaggi, sempre in bilico tra parossismo grottesco e realismo più crudo, alle prese con la devastazione della vita, ma sempre in attesa di un qualche lampo che li prenda e li porti via. 

martedì 24 marzo 2015

LO PSEUDO-FEMMINISMO DI HO UCCISO NAPOLEONE

di Matteo Marescalco
 
Si è tenuta al Cinema Adriano di Roma l'anteprima stampa del secondo film di Giorgia Farina, Ho ucciso Napoleone e la successiva conferenza, moderata da Piera Detassis, la plus chic madame de Rome

Micaela Ramazzotti interpreta Anita, single e brillante manager in carriera, la cui vita viene sconvolta nel giro di poche ore. Le inaspettate notizie della gravidanza e del licenziamento la spingono ad organizzare un formidabile piano di vendetta nei confronti degli uomini di cui è rimasta vittima. Algida e sempre sicura di sé, Anita si serve del timido e goffo avvocato Biagio (interpretato da Libero De Rienzo) per riconquistare il suo lavoro, la sua vita e la sua libertà di single senza figli. Ma l'imprevisto è dietro l'angolo e la donna senza scrupoli scopre che anche il «sofficino congelato» che ha al posto del cuore può gradualmente inteporirsi. 

Negli ultimi tempi, registi quali Ivan Cotroneo, Sidney Sibilia e Giorgia Farina sembrano incarnare le istanze rappresentative per una new wave italiana commerciale. Film (e fiction) quali La kryptonite nella borsa, Tutti pazzi per amore, Smetto quando voglio e, last but not least, Ho ucciso Napoleone, provano a porsi come esempi audiovisivi di buona cura formale che cercano una strada alternativa rispetto alla maggior parte dei corrispettivi prodotti. Caratterizzati da un'estetica pop e cromaticamente satura, da inquadrature sbilenche e particolari, questi film rappresentano un po' un unicum sul versante visivo. 

La settimana scorsa ha fatto la sua irruzione nelle sale italiane anche Fino a qui tutto bene, ultimo lungometraggio di Roan Johnson, che ha descritto, con qualche tocco di ingenuità, il periodo immediatamente posteriore alla laurea per cinque ragazzi che hanno vissuto insieme gli anni universitari. Ciò che rende il film realmente apprezzabile risiede, a detta di chi scrive, proprio nell'ingenuità, nello sguardo fanciullesco e privo di particolari fronzoli di chi ha raccontato la vicenda. Fino a qui tutto bene è un ritratto malinconico e nostalgico sugli anni più belli della nostra vita, probabilmente con qualche licenza di troppo, è un manifesto di un'intera epoca storica che vede nel giovane privo di punti di riferimento e da solo, in mare aperto in balia degli squali, la sua figura rappresentativa. 

Ciò che manca all'ultimo film di Giorgia Farina è questa ingenuità di sguardo. Il fatto che si tratti di
un'operazione pseudo femminista ricca di contraddizioni disseminate nel corso di tutta la diegesi e che finiscono per minare la tenuta stessa del lungometraggio è fin troppo palese e dichiarato.

La caratterizzazione stereotipata di tutti i personaggi cozza fortemente contro l'assunto di base sbandierato più volte dalla Farina: «Il mio obiettivo era quello di raccontare la vicenda di una figura femminile come non se ne vedono nel cinema italiano». Figura femminile che finisce, però, per incarnare i più standardizzati clichè di genere. Il twist ending che conduce alla conclusione non fa altro che confermare l'idea del sottoscritto secondo cui questa falsa invettiva nei confronti della famiglia tradizionale nasconde, in realtà, la più totale adesione a questa struttura organizzativa. 

D'altronde, trattasi pur sempre di film di interesse culturale (finanziato da sovvenzioni statali), che, in quanto tale, deve mostrare un'idea di cultura avanzata dallo Stato. 

giovedì 19 marzo 2015

CONFERENZA STAMPA ROMICS 2015

di Matteo Marescalco
 
Si è svolta, qualche mattina fa, alla Libreria Fandango Incontro in Via dei Prefetti 22, la conferenza stampa di presentazione della Diciassettesima Edizione del Festival del Fumetto, dell'Animazione e dei Games Romics, poche ore dopo la notizia della candidatura di Zerocalcare al Premio Strega con il romanzo a fumetti Dimentica il mio nome.

Il clima è cortese e gioviale, l'atmosfera rilassante, la sensazione che trasmette questo caffè letterario al centro di Roma è quella di trovarsi in un angoletto isolato ai confini del mondo, in cui poter sorseggiare una bevanda calda e, allo stesso tempo, leggere e studiare senza che intervengano agenti esterni a turbare la quiete.

Dopo lo straordinario successo dell'edizione dello scorso ottobre, che ha battuto tutti i record di affluenza di pubblico (si sono contate più di 150.000 presenze) e che ha visto attribuire il Romics D'Oro a Robert Rodriguez e a Frank Miller, accorsi a Roma per la presentazione di Sin City 2-A dame to kill for, il Festival ritorna con numerosi eventi speciali, incontri con grandi autori, cinema, videogames e variegate forme di intrattenimento per tutti i gusti e le età.

Visitando i numerosi stand all'interno dei padiglioni della Fiera, si potranno trovare tutte le novità, le grandi case editrici, le fumetterie, i collezionisti, i videogiochi e i gadget. Saranno tanti i luoghi dedicati agli eventi e alle presentazioni in anteprima; dalle sale incontri ai palchi Movie Village e Romics Games Entertainment per gli eventi speciali, fino alla Sala Grandi Eventi e Proiezioni, il Pala BCC, con circa 3000 posti a sedere.

I grandi ospiti che riceveranno il Romics d'Oro saranno:

Rafael Albuquerque, che vanta importanti collaborazioni con Marvel e Dark Horse e che ha lavorato su un ciclo incentrato sulla gioventù di Bruce Wayne;
Gipi-Gian Alfonso Pacinotti, collaboratore di Repubblica, regista de L'ultimo terrestre, in concorso alla 68esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ed autore di unastoria, primo fumetto ad entrare tra i dodici finalisti del Premio Strega;
Silvia Ziche, autrice Disney, Linus, Cuore e Smemoranda;
Bruno Brindisi, tra i maggiori fumettisti italiani, disegnatore di alcuni episodi di Tex, Diabolik e Dylan Dog;
Sergio Tisselli, realizzatore delle copertine di Martin Mystere-L'integrale.

I Romics d'Oro Musicali saranno assegnati a Vince Tempera e Luigi Albertelli, due personalità della musica che tantissimo hanno contribuito in Italia a diffondere la passione per alcuni miti dell'animazione giapponese.
Special Guest dell'edizione sarà Alessandro Rak, fumettista ed animatore, regista del lungometraggio animato L'arte della felicità, trionfatore ai Premi Oscar europei.
 

Infine, la sezione Romics Movie Village si conferma essere come una delle più attese. 
La Walt Disney Company Italia presenterà, infatti, i materiali promozionali e le sequenze adrenaliniche del nuovo trailer di Avengers: Age of Ultron, pochi giorni prima dell'anteprima mondiale che si terrà a Roma e di Star Wars: Il risveglio della Forza.
Warner Bros. Entertainment mostrerà i trailer di pellicole quali Mad Max: Fury Road e San Andreas, con un'intensa attività riguardante serie tv e games. 
Dalla presentazione in esclusiva assoluta di due inediti episodi dell'ottava stagione della sitcom The Big Bang Theory, fino ad un incontro con i doppiatori di Game of Thrones.
Incontri tematici saranno dedicati al 65mo anniversario dei Peanuts e alla trasposizione cinematografica del capolavoro di Antoine de Saint Exupery, Il piccolo principe, in collaborazione con la casa di distribuzione Lucky Red.

Non ci resta nient'altro che attendere pochi giorni e prendere parte a questa gigantesca sbornia che sarà il prossimo Romics!

Per il programma completo, visitate il sito ufficiale: http://www.romics.it/2014/

martedì 17 marzo 2015

THE DIVERGENT SERIES: INSURGENT

di Matteo Marescalco
 
Negli ultimi anni, sta andando parecchio di moda realizzare trasposizioni cinematografiche di romanzi di fantascienza distopica. Prima è toccato ad Hunger Games di Suzanne Collins, poi a The Divergent Series di Veronica Roth ed, infine, a Maze Runner di James Dashner.
La struttura diegetica è, più o meno, basilare: un/una giovane protagonista, investita di speranze messianiche, si trova a dover guidare la rivolta contro il governo dittatoriale che sfrutta il popolo.
Il modello di riferimento è quello della fiaba russa analizzata da Vladimir Propp. Le tappe del viaggio dell'eroe vengono rispettate tutte.
In origine, era stato Battle Royale di Kenta Fukasaku, trasposizione del romanzo di Koushun Takami, a portare in scena la struttura del death game film strutturato sul modello di un videogame, con i protagonisti obbligati a superare una serie di livelli, per portare in salvo la propria vita. In tempi recenti, As the gods will di Takashi Miike, con il pretesto di recuperare e rileggere il filone, ha intessuto un'interessante riflessione sulle dinamiche crossmediali nella società contemporanea.

Dopo essere stati identificati come Divergenti, persone che non rientrano in nessuna classificazione sociale (Pacifici, Candidi, Abneganti, Intrepidi ed Esclusi), Tris e Quattro sono in fuga, inseguiti da Jeanine, la leader assoluta della fazione degli Eruditi. Mentre le truppe di Jeanine vanno alla ricerca dei rifugiati e dei Divergenti tra le rovine di Chicago, Tris attraversa la città nella speranza di trovare alleati e di capire il perchè del sacrificio dei suoi genitori. Si tratta del segreto che porta Jeanine a non fermarsi davanti a nulla per catturarla. Tris affronta le sue paure più oscure, cercando di evitare di causare dolore ai suoi cari, imbattendosi in una serie di sfide impossibili, cercando di far emergere la verità sul passato.

La prima parte del terzo capitolo di Hunger Games, che presenta più di un punto in contatto con Insurgent, sfrutta la fantascienza distopica ed il percorso dell'eroe per costruire un profondo discorso attorno alla natura simbolica della protagonista, alla potenza delle campagne pubblicitarie e alla costruzione di una forte personalità in relazione al contesto pubblico. Gli accenni metacinematografici abbondavano nettamente.

The Divergent Series: Insurgent risulta privo di una più profonda ed ulteriore chiave di lettura, finendo per essere un gioco masturbatorio per ragazzi scarsamente stratificato. Dietro il velo di Maya dell'azione e del ritmo elevato, non c'è nulla.
Il risultato è, quindi, la copia brutta e slavata di Hunger Games, in cui né il cast né il lavoro sull'immagine raggiungono i risultati sperati.