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martedì 15 settembre 2015

BEASTS OF NO NATION

di Matteo Marescalco

Primo film distribuito dalla piattaforma di Video on Demand Netflix a partire dal 16 Ottobre, Beasts of No Nation, è il terzo lungometraggio di Cary Joji Fukunaga, reduce dal successo planetario alla regia della prima stagione di True Detective, serie tv che ha rivoluzionato i canoni televisivi, e come produttore della seconda stagione.

La storia del film è semplice e, in effetti, anche parecchio inflazionata. Protagonista della vicenda ambientata in Africa è un ragazzino che viene sradicato dal villaggio natale e che capita tra le grinfie di un soldato assoldato (scusate il gioco di parole) da un gruppo di politici locali. Il colonnello (così si fa chiamare il soldato), interpretato da un perturbante Idris Elba, la cui presenza fisica basta ad incutere timore, lo sfama e lo educa alla violenza della guerra. Tra i due si viene a creare uno strano rapporto, come quello tra un maestro ed il suo discepolo prediletto.

La struttura narrativa ricalca quella di alcuni cult di guerra quali Il cacciatore di Michael Cimino e Full Metal Jacket di Stanley Kubrick. Anche in Beasts of No Nation, difatti, vi è un prima ed un dopo guerra. E se nel film di Cimino la prima parte scorre lenta e dilatata, instillando nello spettatore la paura di tutto ciò che, da là a poco, è destinato ad accadere, Fukunaga contrae il ritmo. Dopo un necessario prologo che illustra la tranquilla vita del villaggio, con i bambini protagonisti di voli pindarici immaginativi (geniale la trovata della tv dell'immaginazione che consente ai piccoli protagonisti di mettere in atto dei veri e propri spettacoli. Inevitabile pensare ai film maroccati di Be kind rewind di Michel Gondry), entra in scena un gruppo di bestie senza nazione, soldati mercenari che combattono in nome di ideali alquanto confusi.
Lo scenario cambia, la quiete è interrotta, la famiglia del bambino protagonista viene massacrata e si assiste ad una progressiva educazione all'omicidio. Il regista di True Detective non ci risparmia niente, evita di addolcire la scena mostrando il vero volto dell'orrore e si serve dei più tradizionali topoi narrativi del genere aggiornandoli all'epoca della contaminazione intermediale ed evitando di cadere nella banale retorica derivante dall'assunzione dello sguardo del giovane protagonista. E la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia si svecchia e si aggiorna ai prodotti nati e pensati per il Web.

Il viaggio di formazione di questa Odissea al contrario ricorda, in parte, gli scenari dei romanzi di Stephen King e di H.P. Lovecraft. Dopo essere stato estirpato dalla Madre terra cui apparteneva, il bambino protagonista entra in contatto, come abbiamo già detto, con il vero volto dell'orrore, con il lato oscuro di una Natura ostile che costringe gli uomini ad uccidersi gli uni gli altri per accaparrarsi il potere sul mondo. Non poche volte, entra in scena la voce narrante di Agu, a tratti eccessivamente ridondante, foriera di considerazioni su Dio e sulla natura umana. Non a caso, Cary Fukunaga era stato indicato come prossimo regista del nuovo adattamento di It di King, progetto poi fallito all'ultimo momento.

Ma Agu non è rimasto vittima del processo di trasformazione cui è stato sottoposto dal colonnello.
E' ancora in grado di vedere con i suoi occhi, a differenza del personaggio di Idris Elba che, la maggior parte delle volte, indossa un paio di occhiali da sole, che fungono da filtro attraverso cui guardare alla realtà.
La salvezza è ancora possibile, non tutto è perduto.
Basta una semplice corsa insieme a dei coetanei, su una spiaggia al tramonto, a donare un ultimo raggio di speranza alle vittime di queste bestie senza nazione. 

VENEZIA72: L'AMORE (E L'ODIO) CHE RESTA seconda parte

di Matteo Marescalco

Si continua con le opinioni sui migliori e i peggiori film della 72esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Al link, potete trovare la prima parte dell'articolo. Stavolta, tocca ai due redattori Egidio Matinata e Mara Siviero.

EGIDIO MATINATA

PARADISO.
FRANCOFONIA di Aleksandr Sokurov
Semplicemente una spanna su tutti gli altri. Sokurov gioca in una categoria a parte e firma il capolavoro del festival a quattro anni dal Leone d'Oro vinto con Faust. L'ambientazione principale è di nuovo, come in Arca Russa, un museo: il Louvre. Ma non siamo più accompagnati da un sinuoso piano sequenza, bensì da una totale frammentazione (ricostruzioni storiche, filmati di repertorio, opere d'arte) in cui la voce narrante (Sokurov stesso) interagisce con i personaggi del passato per raccontarci quanto l'arte sia legata indissolubilmente con il Potere, la Storia, l'Umanità.
 
Ex aequo: 11 MINUTI di Jerzy Skolimovski ed EL CLAN di Pablo Trapero
Il film di Skolimovski racconta gli undici minuti in cui si intrecciano le vite di diversi personaggi. Si ha sempre la sensazione di assistere ad una vicenda che si svolge in un mondo "altro", probabilmente un mondo virtuale smascherato da un unico pixel, forse una lontana (o impossibile) via di fuga.
Trapero narra la storia vera del clan Puccio, autore di vari sequestri di persone facoltose nell'Argentina degli anni '80 post dittatura. Il film riesce ad unire ricostruzione storica e tematiche sociali rimanendo un puro gangster movie, guidato da un cast superlativo e da una regia debitrice dei maestri del genere (Scorsese su tutti). Leone d'Argento.
 
INFERNO.
A BIGGER SPLASH di Luca Guadagnino
Durante una vacanza a Pantelleria, riemergono dissapori e ricordi del passato che portano i quattro protagonisti (una coppia, un padre e una figlia) al conflitto. Guadagnino spreca un grande cast (sulla carta) gestendo il film con presunzione e superficialità. Un lungometraggio squilibrato che tenta anche di inserire delle riflessioni (in realtà, sembrano più piovere dal cielo) sul comunismo e sulla questione degli immigrati. Con una mezz'ora finale che vorrebbe essere thriller ma che risulta soltanto ridicola, con il povero Corrado Guzzanti vittima assoluta. Esempio perfetto di falso cinema d'autore.

REMEMBER di Atom Egoyan
Christopher Plummer tenta invano di reggere il film sulle proprie spalle interpretando un anziano affetto da demenza senile in cerca dei criminali nazisti responsabili della morte della sua famiglia. "Non basta chiedere scusa per quello che avete fatto"; settant'anni (di cinema) dopo l'Olocausto ci si aspetterebbe qualcosa di meno banale rispetto a concetti del genere, di cui, invece, Remember è colmo. Egoyan impacchetta l'ennesimo film scialbo. Un mistero la presenza in concorso.

MARA SIVIERO

PARADISO
NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari
Non essere cattivo è l’ultima opera di Claudio Caligari, scomparso prematuramente pochi mesi fa.
La storia è una di quelle più usate cinematograficamente: è incentrata, infatti, sull’assunzione e l'abuso di droga. Tuttavia, in questo film, il contesto è dotato di nuova linfa vitale. Perché come il regista ha già dimostrato nella sue pellicole precedenti, in documentari e nel lungometraggio Amore Tossico, il mondo della droga non coinvolge solo chi la assume, ma anche chi prova a non farne parte.
Non essere cattivo abbandona i luoghi comuni; le persone che fanno parte di questo mondo sono, per la maggior parte, disperate a causa di vicende prevalentemente economiche e, spinte dall'impossibilità di trovare un lavoro onesto, si accontentano di far parte di questo circolo vizioso. Chi sceglie questa strada, facendo male prevalentemente a se stesso, cerca di rendere meno gravosi i problemi agli altri componenti familiari. Peccato che poi, chi fa parte di questo mondo, venga catapultato nell’inferno dell’autodistruzione, e in assenza di un Virgilio pronto a sacrificare se stesso ed i propri interessi, l’inevitabile fine è l’implosione.
Vittorio e Cesare, i protagonisti della pellicola, sono più che fratelli, e, al contempo, non sono altro che due facce della stessa medaglia. Solo che un risvolto rimarrà sfregiato, mentre l’altro cadrà nel vuoto, senza un biglietto di ritorno.
 
ANOMALISA di Charlie Kaufman e Duke Johnson
Tra tutti i film presentati a Venezia, il film di animazione rimane sempre cosa gradita.
Anomalisa di Charlie Kaufman (sceneggiatore di Eternal Sunshine of the Spotless Mind) e di Duke Johnson, è stato presentato nella sezione in Concorso; il film in stop-motion è originale ed apprezzabile perché varia dagli istinti fisici ai più profondi pensieri dell’animo umano.
La storia potrebbe essere delle più comuni: due entità, ognuno con i suoi problemi, l’incontro di una notte che può far prendere strade diverse, nemmeno immaginate, ai protagonisti.
Pupazzi dotati di bisogni fisici ed i pensieri che in fondo tutti facciamo nell’arco della nostra vita. Chi non ha mai pensato: "Chi siamo noi? Perché soffriamo?".
Nulla è imbarazzante, casto o puro, anche i pupazzi fanno l’amore ed hanno problemi personali. Temi raccontati con maestria, naturalezza e profondità. Doti che continuano ad emergere da quel piccolo grande uomo di Kaufman.

INFERNO
L'ATTESA di Piero Messina
Tra le opere prime, L'attesa di Piero Messina è quella che più risalta all’occhio, per la performance soporifera più che per altro.
Già assistente alla regia di Paolo Sorrentino, Messina cerca di far confluire nella sua pellicola tutte le lezioni che ha appuntato nel corso della sua carriera, creando una gran minestrone insipido.
Protagoniste sono due donne che si trovano insieme ad elaborare il lutto della perdita del figlio della prima nonché fidanzato della seconda.
Passi che i silenzi evocano più di mille parole ma quando diventano troppi è inevitabile che la palpebra inizi a calare. Messina non riesce a non fare a meno degli insegnamenti sorrentiniani ricevuti, immettendone nella pellicola una gran quantità, facendo praticamente a meno di impegnarsi ad assumere un proprio profilo registico. Anche le interpretazioni delle due protagoniste (Juliette Binoche in primis) vanno sprecate sotto il peso di un'opera di debutto che muore nell'eccesso derivativo.

MAN DOWN di Dito Montiel
"Man down" è un codice tra padre e figlio, un "ti voglio bene" criptato con l'obiettivo di renderlo riconoscibile solo a loro e a nessun’altro, per l’affetto esclusivo che li lega e per evitare imbarazzi di fronte ad altre persone.
Il film, diretto da Dito Montiel, parla dei concreti e permanenti traumi post-missione di guerra. Gabriel Dummer è un ex marine, che si ritrova a dover fare i conti con il proprio passato per poter aggiustare il presente, perdendosi nei fastosi ricordi della sua famiglia e dell’ottimo rapporto con il suo migliore amico; momenti, che dopo la guerra, non torneranno più.
Il è film pieno di buoni propositi, tra cui quello di porre sul piano visivo la doppia visione di chi ha subito traumi irreversibili; come è il mondo reale, e com’è quello da essi percepito. Una guerra continua.
Le premesse si perdono per strada, tra riferimenti, più o meno voluti, ad American Sniper, collocazioni scenografiche pseudo post-apocalittiche, ed interpretazioni non proprio eccellenti; se quella di Shia LaBeouf riesce quasi ad essere credibile, Kate Mara è decisamente non pervenuta.

DESDE ALLÁ (FROM AFAR) di Lorenzo Vigas

Nel centro dell'affollata Caracas, un uomo solo, di mezza età di nome Armando, adesca ragazzi per la città dando loro denaro. Li invita a casa, li fa spogliare ed osserva le loro grazie. Ma quando incontra Elder, giovane teppistello di città, il rapporto che nasce, dapprima tempestoso, comincerà a diventare più profondo, tale da modificare il percorso delle loro vite.
Di questa pellicola è apprezzabile il fatto di aver trattato un tema delicato come quello delle sfumature che derivano dall’amore, in un mondo difficile e irto di ostacoli come quello di Caracas (che potrebbe comunque essere ovunque); tuttavia, il film pecca di originalità nello sviluppo della trama.
La vicenda sembra la stessa del film Eastern Boys di Robin Campillo, che vinse come Miglior Film in Orizzonti due anni fa a Venezia, e che racconta, alla stessa maniera, l’ambiguità dell’amore, con gesti espliciti e tensione che continua a crescere. 

lunedì 14 settembre 2015

VENEZIA '72: L'AMORE (E L'ODIO) CHE RESTA prima parte

di Matteo Marescalco

Un'altra Mostra del Cinema se n'è andata (la prima per cui questo blog è stato ufficialmente accreditato) e, adesso, dalla mia stanzetta e con estrema malinconia, non posso far altro che ripassare ogni singolo momento trascorso con tutte le persone che hanno contribuito a rendere speciali questi giorni. Scusatemi le parole di circostanza ma grazie a chi c'è stato, a chi non c'è stato, e a chi, pur essendo presente, è come se non ci fosse stato. Mi capita spesso di pensare in che modo tutte quante le persone con cui sono entrato in contatto in questo periodo, anche quelle che non conosco e con cui ho scambiato solo qualche parolina, trascorreranno l'anno che ci separa dalla prossima Mostra. Le vedo immerse nelle loro piccole attività quotidiane, a darsi da fare per costruirsi un futuro migliore, a studiare, etc., sperando che, ogni tanto, anche io baleni nella loro testa. Ma il vero Cinema annulla sempre le distanze. Per questo non vedo l'ora di tornare a dormire 4 ore a notte, di alzarmi all'alba e fare code chilometriche per ritirare un semplice biglietto, di emozionarmi di fronte ad uno schermo insieme a chi quei sogna li crea e li anima. Si chiude il sipario. All'anno prossimo!
Noi di Diario di un cinefilo che abbiamo seguito la Mostra (io, Egidio Matinata e Mara Siviero) vi forniamo, oltre ai cinevoti, anche una breve opinione sui film che ci hanno maggiormente deluso e su quelli che, più di tutti, ci hanno riscaldato il cuore.

MATTEO MARESCALCO
PARADISO

THE CHILDHOOD OF A LEADER di Brady Corbet
Debutto alla regia per Brady Corbet, uno dei due virginali figli di papà che, nel remake americano shot-for-shot di Funny Games di Michael Haneke, si divertivano a seviziare famiglie borghesi in vacanza. E la mano del regista tedesco si sente tutta, a partire dall'inevitabile paragone che The childhood of a leader incoraggia nei confronti de Il nastro bianco. Il film di Haneke indagava con sguardo entomologico un villaggio nella Germania pre-nazista andando ad individuare i germi della futura generazione dittatoriale. Brady Corbet, qui, si concentra su una famiglia aristocratica che vive nei pressi di Versailles. Il film, in tre atti scanditi dagli attacchi di rabbia del giovane figlio della coppia, analizza in termini freudiani il rapporto tra i tre membri familiari e i primi sintomi di ribellione nei confronti dell'ancien regime. Algido, teso e raggelante, The childhood of a leader convince fino al disturbante epilogo in cui il personaggio di Robert Pattinson assume una luce diversa. La rivelazione della Mostra.

BEASTS OF NO NATION di Cary Fukunaga
Primo film distribuito dalla piattaforma di VoD Netflix a partire dal 16 Ottobre. Diretto da Cary Joji Fukunaga, regista dell'acclamata prima stagione della serie tv True Detective e produttore della seconda. La storia è semplice e, in effetti, anche parecchio inflazionata. Il protagonista è un ragazzino che viene sradicato dal villaggio natale e capita tra le grinfie di un soldato che lo sfama e lo educa alla violenza della guerra. Come al solito, c'è un prima e un dopo guerra. La prima parte del film è dedicata alla vita nel villaggio, con i ragazzini che sorridono e che giocano con un televisore trovato per puro caso, inscenando la tv dell'immaginazione. Giungono alla memoria i voli pindarici immaginativi di Be kind rewind di Michel Gondry. La seconda parte è tesa, con la figura ferina di Idris Elba a dominare la scena. Fukunaga si serve dei più tradizionali topoi narrativi del genere, aggiornandoli all'epoca della contaminazione intermediale ed evitando di cadere nella banale retorica derivante dall'assunzione dello sguardo del giovane protagonista. E la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia si aggiorna ai prodotti nati e pensati per il web.

NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari
Nel mare magnum dei film italiani presentati a quest'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia svetta Non essere cattivo di Claudio Caligari, misconosciuto autore dei cult L'odore della notte ed Amore tossico. Cantore di un'umanità ai limiti, erede dei ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, in questo suo ultimo film, Caligari si trasferisce nella Ostia degli anni '90. Protagonisti sono due ragazzi, Vittorio e Cesare, amici da una vita, praticamente fratelli. I due vivono di espedienti, si azzuffano, si fanno di cocaina e bevono insieme ad un gruppo di sbandati che ondeggia nella vita. «Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro». Non essere cattivo è la fine del sogno pasoliniano che cozza contro le brutture della squallida periferia romana che offre poche possibilità di redenzione. Ma, nel finale, un raggio di sole riesce a trapassare il fitto horror vacui che divora i suoi personaggi. Basta uno sguardo, un ultimo sorriso, una nuova famiglia ad assestare una vita che si appresta, sofferente, verso un finale tutt'altro che scontato.

INFERNO.
L'ATTESA di Piero Messina
Lungometraggio di debutto per Piero Messina, assistente alla regia di Paolo Sorrentino in This must be the place e ne La grande bellezza, e che può contare su un cast che vede in Juliette Binoche la propria front-runner. Ambientato a Caltagirone, il film narra il dramma di due donne che affrontano un lutto: la morte del figlio e del proprio fidanzato. Il viaggio in Sicilia diventa, quindi, il pretesto per effettuare un'esplorazione nella solitudine e nell'incomunicabilità della morte. Peccato, però, che L'attesa riveli, nel costante desiderio di creare una forma perfetta, la totale incapacità di suscitare emozioni. Il dolore stenta a trasparire probabilmente anche a causa di performance attoriali non all'altezza delle aspettative. Un vero peccato che forma e contenuto non convergano mai e che il secondo muoia sotto il peso eccessivo delle belle immagini.

A BIGGER SPLASH di Luca Guadagnino
Il sopravvalutato Guadagnino torna al cinema con A bigger splash, dramma siciliano con Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson. Il film inizia come una commedia sentimentale e termina svoltando verso il thriller, non abbandonando mai il tono grottesco di fondo. Probabilmente, in maniera involontaria. Abbondano, infatti, i luoghi comuni, incarnati da un Corrado Guzzanti ai suoi minimi storici. L'etica patinata di Guadagnino si nutre di seni e di fondoschiena femminili, con l'obiettivo di raggiungere una presunta autorialità che spinge lo spettatore alle risate più grasse. L'innesto, poi, del tema dell'immigrazione risulta indigeribile e posticcio. Le indagini svolte in maniera approssimativa e portate a termine a tarallucci e vino affondano ulteriormente il film. Da dimenticare.

DE PALMA di Noah Baumbach e Jake Paltrow
Baumbach si è prepotentemente affermato negli ultimi anni dirigendo e scrivendo film quali Il calamaro e la balena, Greenberg, Frances Ha e, per ultimo, While we're Young, saggio sulla generazione digitale e su due epoche storiche in netta collisione tra loro. Ha anche collaborato alla sceneggiatura di Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Fantastic Mr. Fox, entrambi diretti da Wes Anderson. Le aspettative su questo film, diretto da un regista cinefilo, amante di Nouvelle Vague e New Hollywood e dedicato ad un pilastro della rivoluzione del cinema americano degli anni '70, erano assai elevate. Peccato però che la mano di Baumbach stenti a vedersi e che De Palma si trasformi presto in una smorta e sonnacchiosa sequenza di pillole raccontate in prima persona dal regista de Gli intoccabili. Il film non è male ma ferisce assistere semplicemente ad un compitino portato a termine senza particolari guizzi di creatività.

domenica 13 settembre 2015

CINEVOTI 72ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

di Matteo Marescalco


Come ogni anno, non può mancare, nella rubrica Cinevoti, una pratica guida ai film della Mostra. Ecco a voi le nostre preferenze. 
I migliori: Francofonia di Aleksandr Sokurov, 11 minut di Jerzy Skolimovski e Non essere cattivo di Claudio Caligari.
I peggiori: L'attesa di Piero Messina, A bigger splash di Luca Guadagnino e Interruption di Yorgos Zois.



Matteo Marescalco Egidio Matinata Mara Siviero
Everest di Baltasar Kormakur
★★1/2


★1/2
Un monstruo de mil cabezas di Rodrigo Pla ★★1/2 ★★1/2 ★★
Spotlight di Thomas McCarthy ★★★ ★★★ ★★1/2
De Djess di Alice Rohrwacher ★★1/2

Les 3 Boutons di Agnes Varda ★★

Lolo di Julie Delpy ★★★1/2 ★★★1/2 ★★1/2
Beasts of no nation di Cary Joji Fukunaga ★★★★ ★★★1/2 ★★★
Black Mass di Scott Cooper ★★★ ★★★ ★★1/2
Francofonia di Aleksandr Sokurov ★★★1/2 ★★★★★ ★★★1/2
The childhood of a leader di Brady Corbet ★★★★



L'attesa di Piero Messina

Equals di Drake Doremus ★★1/2

A bigger splash di Luca Guadagnino ★1/2 ★★1/2
The Danish girl di Tom Hooper



★★★
Looking for Grace di Sue Brooks

★★1/2

Marguerite di Xavier Giannoli

★★★

Man down di Dito Montiel ★★ ★★ ★★
El clan di Pablo Trapero ★★★ ★★★★ ★★★
L'hermine di Christian Vincent ★★★1/2

★★1/2
Non essere cattivo di Claudio Caligari ★★★1/2 ★★★★ ★★★1/2
Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio ★★★ ★★★ ★★
Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson ★★★ ★★★1/2 ★★★
Interruption di Yorgos Zois

★1/2 ★1/2
Abluka (Frenzy) di Emin Alper

★★★1/2

11 minut di Jerzy Skolimovski ★★★★ ★★★★ ★★★1/2
Heart of a dog di Laurie Anderson ★★★ ★★★1/2 ★★
De Palma di Noah Baumbach e Jake Paltrow★★ ★★★ ★★
Desde allà (From Afar) di Lorenzo Vigas



★1/2
Remember di Atom Egoyan ★★1/2 ★★ ★★★
L'esercito più piccolo del mondo di Gianfranco Pannone ★★★

★★★
Milano 2015 di Elio, Bolle, Soldini, Veltroni, Capotondi, Diritti



★★1/2
Il paradiso può attendere di Ernst Lubitsch

★★★★★

A matter of life and death di Michael Powell e Emeric Pressburger

★★★★

Viva la sposa di Ascanio Celestini

★★

La vie et rien d'autre

★★★1/2

SCRIVERE DI CINEMA 2015: SI VOLA IN FINALE!

di Matteo Marescalco
 
Sono stati annunciati ieri i 7 finalisti (su 850 partecipanti) del concorso Scrivere di Cinema-Premio Alberto Farassino 2015, promosso da Cinemazero, Fondazione Pordenonelegge.it, Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani e Mymovies.it con il sostegno di Minima&Moralia e del Far East Film Fest di Udine.
Ho appreso, con tanta felicità, di essere stato selezionato tra i 7 finalisti con la mia recensione di Inherent Vice-Vizio di forma di Paul Thomas Anderson.
 
In palio, per i primi tre classificati di ogni sezione, la collaborazione annuale con la redazione di Scrivere di Cinema, un workshop redazionale con il blog Minima&Moralia, un carnet del valore di 200 euro per l'acquisto di ingressi al cinema e la possibilità di partecipare come accreditati all'edizione 2016 del Far East Film Festival di Udine e di seguirlo per Mymovies.it e per altre testate media partner del festival.
 
Ai seguenti link trovate il verdetto e la mia recensione, con il nickname di Matteonight, nella sezione Under 25: