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venerdì 8 maggio 2015

IL RACCONTO DEI RACCONTI: LA CONFERENZA STAMPA

di Matteo Marescalco


Questa mattina è stato presentato al Cinema Adriano di Roma, alla presenza dell'autore, Il racconto
dei racconti, ultimo film di Matteo Garrone. Il lungometraggio sarà in concorso al prossimo Festival di Cannes ed uscirà in Italia il 14 Maggio. Di seguito il resoconto della conferenza. 

Perchè hai scelto di portare sullo schermo le fiabe di Basile?
Per la mescolanza tra reale e fantastico che le rende simili ai miei precedenti film. Vengo dalla pittura e la raccolta di Basile è molto vicina alle mie caratteristiche artistiche. Si tratta anche del primo libro di fiabe scritto nel 1600, che ha ispirato autori quali i fratelli Grimm e Charles Perrault. In genere, sono sempre partito dalla realtà contemporanea per poi trasfigurarla. Qua, invece, ho compiuto l'operazione opposta: sono partito dalla dimensione magica e l'ho adattata ad un contesto realistico. Spero tanto che il film dia a Basile la possibilità di raggiungere il grande pubblico. 

Perchè un fantasy?
Ho fatto una scelta masochistica ed incosciente in un momento in cui volevo mettermi nei guai. La lavorazione è stata molto difficile, pensavo di divertirmi tanto e invece non è andata proprio così. Molte soluzioni tecniche per me sono state nuove, lavorare con il green screen sul set è stato frustrante. Ho dovuto abbandonare alcuni miei stilemi per ragioni economiche. Quando si lavora con grandi cifre, è necessario effettuare un compromesso. 

La cultura partenopea è presente. Ha mai pensato ad un adattamento in napoletano?
A dire il vero si. Abbiamo escluso subito questa possibilità che avrebbe immediatamente suggerito una serie di provincialismi evitabili. Il nostro obiettivo era creare un qualcosa che potesse raggiungere la massa. Un prodotto facilmente esportabile. Abbiamo preferito far venire inglesi ed americani da noi anzicchè fare il contrario. 

Suggestioni pittoriche e filmiche?
Gli autori che amo sono tanti. Di sicuro ho dato un'occhiata a I capricci di Goya. Poi ho amato le prime stagioni di Game of Thrones. Per quanto riguarda la scena cinematografica, ammiro molto Mario Bava, L'armata Brancaleone, Pinocchio di Comencini e i corti di Pasolini tra cui La terra vista dalla luna e Che cosa sono le nuvole?

Come hai gestito gli effetti speciali e la scelta della location?
Non ero abituato a gestire problemi tecnici del genere. Abbiamo provato a lavorare dentro il genere mantenendo però una nostra personalità autoriale. L'artificio si sente ed è presente, ma le immagini hanno una loro verità e credibilità. Lo scopo degli effetti digitali era mantenere il corpo e la materia. La carne è stata il nostro centro focale. Per quanto riguarda le location ho amato particolarmente le Gole dell'Alcantara in Sicilia. Abbiamo provato a renderle fittizie. Si tratta di un luogo reale che sembra ricreato in CGI. I luoghi spesso suggeriscono idee che poi si trasformano in drammaturgia. Come ad esempio una scena che abbiamo inserito dopo aver trovato un labirinto nei pressi del castello di Donnafugata.

Come avete ricostruito le creature di fantasia?
Abbiamo utilizzato la grafica digitale e anche dei modellini sul set. Volevamo creare un qualcosa di vero non à la Harry Potter ma di praticamente tangibile. 

Il film sarà presentato a Cannes insieme a Mia madre di Nanni Moretti e a Youth di Paolo Sorrentino. Che ne pensi?
Si tratta di una grande opportunità per il cinema italiano. Siamo tre registi profondamente differenti. Speriamo vada bene per tutti e tre. Io non punto a Cannes ma ad un buon consenso popolare. Per me questo film è stata una grande scommessa e spero che venga riconosciuto dal pubblico. 

Chi sono Nico e Marco a cui è dedicato il film?
Nico era mio padre e Marco Onorato il direttore della fotografia di tutti i miei film. Diciamo mio padre putativo. 

Quanto è costato il film?
12 milioni tutto compreso. Girare con Salma Hayek e Vincent Cassel non è stato facile. Hanno un cachet notevole e non ho potuto girare in sequenza. 

In quante copie uscirà?
Più di 400. Uscirà in corrispondenza alla presentazione a Cannes quindi magari le copie verranno incrementate. 

IL RACCONTO DEI RACCONTI: LA RECENSIONE

di Matteo Marescalco

Tra suggestioni silvane e contaminazioni pittoriche si dipanano le tre vicende del film. L'atmosfera fiabesca è la stessa di Reality. Non cambia neppure il clima inquietante ed onirico. Ad impreziosire ulteriormente il racconto si aggiunge il gusto dell'orrido nel tratteggiare i corpi e la pelle dei personaggi sottoposti al terribile giudizio del Tempo e dell'Amore che, letteralmente, scorticano le proprie vittime. C'è chi insegue una bellezza perduta e, probabilmente, irraggiungibile, chi si lascia irretire dalle avances del Potere e chi vorrebbe piegare a proprio piacimento il Destino. In questo circo grottesco ed efferato che è il mistero della Vita, i personaggi si muovono come tanti equilibristi in bilico su pericolosi strapiombi da cui non riusciranno mai a salvarsi. 

«To Nico and Marco» recita la dedica finale, prima dei titoli di coda, dell'ultimo film di Matteo Garrone. Impossibile, in effetti, non pensare ad un omaggio a Marco Onorato, fido direttore della fotografia che ha preso per mano Garrone e lo ha accompagnato durante tutta la sua carriera artistica, da Terra di Mezzo a Reality

Ma facciamo un passo indietro, riavvolgiamo il nastro e torniamo all'inizio del film. 
Una donna vestita in abiti circensi, tallonata dalla macchina a mano che parte dalla sua ombra, ci introduce nel mondo medievale di Giambattista Basile, che, con il suo Lo Cunto de li Cunti ha fornito il materiale di partenza. La raccolta è composta da 50 fiabe in lingua napoletana ed è stata pubblicata tra il 1634 e il 1636. Il Pentamerone (l'opera è nota anche con questo titolo) ha influenzato Charles Perrault, i fratelli Grimm e Christian Andersen, favorendo la genesi di fiabe quali Cenerentola, La bella addormentata nel bosco e Il gatto con gli stivali.   

Il tema del doppio è subito introdotto. Le tre fiabe selezionate (la cui resa risulta però poco compatta), La cerva fatata, La vecchia scorticata e La pulce sono tutte accomunate da questo tema, dalla presenza di figure femminili di differente età e dall'ossessione di Garrone per la pelle, che trova ulteriore conferma in questo suo ultimo film.

Nel primo episodio la regina è disperata perchè non riesce ad avere figli. Su consiglio di un negromante, mangia il cuore di un drago marino cucinato da una vergine. Questa azione avrà però delle ripercussioni sulla sua vita. 
Il secondo episodio è incentrato su due vecchie sorelle lavandaie. La soave voce di una delle due viene udita dal Re di Roccaforte che le chiede invano di mostrarsi ma che non conosce il suo reale aspetto. Anche in questo racconto, la magia genera conseguenze da cui non si può tornare indietro.
Infine, l'ultima fiaba racconta di un re che cattura una pulce e ne fa il suo animale domestico. Alla sua morte, è costretto a dare in sposa  la propria figlia ad un orco che è stato in grado di riconoscere a quale animale appartenesse quella pelle.   

Si diceva che il doppio è uno dei temi centrali del film. Le continue dicotomie tra l'ordinario e lo

straordinario, il magico e il quotidiano, l'artigianale e l'artefatto, il terribile e il soave, la luce e il buio attestano l'interesse di Garrone nei confronti della commistione tra reale e fantastico che ha sempre caratterizzato la sua ricerca artistica. 
Il racconto dei racconti trova le sue radici nei sentimenti e nei desideri umani spinti all'estremo fino al famigerato punto di non ritorno. Si racconta del debole confine che separa la fiaba dalla realtà e di quanto sia ingenuo e pericoloso modificare il corso della vita perchè ad ogni azione corrisponde sempre una reazione. 

Secondo Garrone: «Il racconto dei racconti rappresenta la naturale evoluzione della mia ricerca artistica. Ho sempre cercato di partire dalla realtà contemporanea e di trasfigurarla. In quest'ultimo progetto invece ho fatto esattamente l'inverso. Siamo partiti da una dimensione magica e l'abbiamo portata ad un contesto realistico». 

Denso di riferimenti pittorici, si va da I capricci di Goya a suggestioni rembrandtiane e preraffaellite, ogni episodio del film è caratterizzato da tonalità cromatiche differenti che sembrano riflettere il carattere e i desideri dei suoi personaggi. 

Come in Reality, anche in quest'ultimo film il regista ha posto la lente d'ingrandimento sui personaggi, osservati al microscopio con l'interesse di un entomologo. Non c'è spazio alcuno per la redenzione. 
L'ultima sequenza, tanto affascinante quanto irrisolta, chiude il film con l'immagine iconica di un circense che cammina sospeso su una fune che va a fuoco. È questo il terribile gioco della vita. Le infrazioni non sono ammesse. 

Ondeggiando tra realismo e finzione, con accensioni barocche e gotiche, Il racconto dei racconti è un blockbuster atipico che chiede allo spettatore un atto di fede. Dimenticate botti, esplosioni e mazzate e tenetevi pronti ad assaporare tutta la passione pittorica e cinematografica del regista. 
Diversi sono i momenti in cui si sfiora l'horror, tutti quanti volti a sottolineare il fascino macabro del primitivo e il lato mostruoso dell'essere umano. 

Ogni film del regista romano sembra essere un mondo a sé stante, dotato di vita propria. Reality
iniziava con un piano sequenza in cui la macchina da presa ci conduceva nel bel mezzo di una cerimonia matrimoniale dai richiami felliniani e terminava con una carrellata all'indietro da un punto di vista divino che mostrava il personaggio principale immerso nel vortice delle proprie fantasie. 
Il racconto dei racconti, allo stesso modo, conduce lo spettatore alle radici del mistero della vita, svariando tra Amore e Morte, senza mai abbandonare il tono funereo e pessimista che lo caratterizza principalmente. 

giovedì 30 aprile 2015

LA GUERRA DEI SESSI IN LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI

di Macha Martini

«Corri Cristo!». 
Le immagini scorrono frenetiche sullo schermo. Attaccano lo spettatore. Lì, fermo. Indifeso. Gli occhi sgranati, la bocca spalancata. Gag inspiegabili e geniali che lasciano il pubblico stupefatto. Il tutto shakerato a momenti di horror capovolto (non incutono terrore, anzi, creano situazioni paradossalmente esilaranti). Un interessante e particolare, forse a molti tratti trash, cocktail effervescente
I protagonisti? Pedine della società moderna nascoste dietro clowneschi e fantastici personaggi che scappano veloci. Streghe e disadattati cronici. Donne e uomini

Zugarramurdi, il cuore tetro e nascosto della Navarra Occidentale. Una moto scorre sull’asfalto. Tre fattucchiere. Un piano diabolico architettato per avere la propria rivendicazione sugli uomini. Irrompono i titoli d’inizio. Si mischiano immagini storiche della stregoneria e foto di donne attuali. Si lega il macrocosmo dell’immaginario fantastico collettivo e il microcosmo della figura attuale della donna, ad anticipare il tema che sarà trattato. Comincia il frizzante film di Álex de la Iglesia, che con questo suo ultimo lavoro usa un ironico mondo gotico per riflettere sulla guerra dei sessi nella società odierna.

Dialoghi vivi, brillanti, svegli, spumeggianti, con vari riferimenti cinefili. Montaggio ritmicamente acceso e dinamitico. Nulla è scontato. I personaggi, volutamente macchiette pantagrueliche e gargantuesche, calcano sulle difficoltà incontrate dagli uomini in relazione alle donne, che stanno assumendo sempre di più le redini nelle relazioni. 
Donne hitleriane s’infuriano ed evidenziano le carenze degli uomini, totalmente impacciati, che tentano di far risalire la propria autostima con un furto (ironicamente un furto di anelli nuziali, simbolo di promesse mancate). Incappano però in Zugarramurdi, legata al mondo delle streghe (nel 1610 l’Inquisizione condannò 11 persone, che furono arse vive), le più rappresentative del bagaglio di frustrazione che il mondo femminile ha dovuto portarsi dietro per anni e anni di storia. 
In tutto questo, gli uomini sembrano impotenti pedine che vagano (o meglio corrono), quasi nel buio, in una scacchiera rabelaisiana in mano a due giocatrici. In una sedia abbiamo donne forti e potenti che vogliono solo vendicarsi sul genere maschile che per secoli, e in parte ancora oggi, ha cercato di sopprimerle, relegandole in casa. Megere più che streghe. 

Loro rivale è un altro tipo di donna, Eva, interpretata da Carolina Bang, il pizzico di spezie in più che rende succulento Las brujas de Zugarramurdi, soprattutto grazie alla sua effervescente mimica dello sguardo, che buca costantemente lo schermo e conquista lo spettatore, pungendolo vivamente nel suo voyeurismo, che lo spinge a spiarla, come Tony e José (due tragici protagonisti di questa partita a dama), da dietro la fessura di una porta nel suo esibizionismo volutamente spinto al massimo. Eva è la riproduzione delle prime streghe, ovvero, delle sacerdotesse del dio Pan, legate alle forze della natura ed è così infatti che si presenta in più scene, come una forza della natura appena scatenata. Il nome di sicuro non è casuale. Eva come la prima donna secondo i miti biblici. Eva de Las brujas de Zugarramurdi è l’incarnazione della prima donna e, sia caratteristicamente, ma anche a livello logico di rimando, della prima strega. Indizio quasi fondamentale per due ragioni: d’interpretazione (donne streghe e disadattati cronici, fortemente derisibili, uomini) e intradiegetico di rovesciamento (legato alla religiosità cattolica del regista spagnolo). Se l’Eva biblica, infatti, conduce Adamo alla perdizione, il personaggio di de la Iglesia viene condotto invece, in una famiglia stregonesca dove la perdizione è il “bene”, da José (un uomo che all’inizio del film conosciamo come raffigurazione di Cristo) alla serenità (o quasi), data dalla nascita di una complicità tra donna e uomo (dove però, si rimarca, è la donna la testa e l’uomo è il braccio sotto le redini femminili).

Partendo da una metafora quasi fantasy, nel film si mette a fuoco un problema concreto: il
nuovo ruolo delle donne in una società su cui si stanno abbattendo pian piano i muri maschilisti e le difficoltà degli uomini davanti a tale cambiamento. Nel farlo, il regista destruttura il genere horror portando in scena una delirante commedia nera che viaggia tra derisione tanto del genere maschile (mostrato come carente e impacciato) quanto di quello femminile (si accentuano gli stereotipi misogini sulle donne, in modo molto comico, e anche i luoghi comuni, spesso distorti). 
Esagerando baroccamente, si ha un eccitante mix originale di generi commerciali. Anche se pecca nella resa degli effetti speciali (molto “caserecci” soprattutto per un pubblico abituato ai film delle grandi case produttrici statunitensi) e per la gestione finale dei tempi di scrittura, Álex de la Iglesia cattura il pubblico con una messa in scena elettrizzante, che ti colpisce passo dopo passo. L’effetto è di un piacere quasi perverso che scorre veloce come le immagini del film.

lunedì 20 aprile 2015

AVENGERS: AGE OF WHEDON

di Matteo Novelli

Inizia in corsa la nuova avventura degli Avengers. Neanche il tempo di veder scorrere il meraviglioso logo Marvel che ci ritroviamo in piena missione con i nostri eroi preferiti. Parte così Age of Ultron, carico: Whedon corregge il tiro rispetto al primo capitolo, controbilanciando la  regia alla sua grande capacità di scrittura. Piani sequenza vorticosi, combattimenti perfettamente coreografati, eleganti momenti di intimità. L'universo cinematografico messo in piedi da Kevin Feige è ormai una creatura matura, indipendente: non serve riallacciarsi al film precedente per portare avanti le gesta degli eroi più potenti della Terra. Quelle avventure non si sono mai fermate, proseguono anche quando noi non le vediamo.
Vista in quest'ottica si perdonano alcune ingenuità nei confronti degli spettatori meno esperti che, se non accompagnati da un amico fumettaro, potrebbero perdersi nel marasma di personaggi, storylines e riferimenti vari: dai gemelli Maximoff al Wakanda, passando per vibranio e gemme dell'infinito.

WHEDONVERSE: WHY WE FIGHT?

Chi conosce il lavoro di Joss Whedon fin dagli esordi, come chi vi scrive, saprà riconoscere il film come la summa stilistica dell'autore. In Age of Ultron c'è tutto Whedon, e non solo perché  lo scrive e dirige. Un'intera poetica che si materializza nelle caratterizzazioni dei personaggi, nella descrizione delle vicende, nel saper districare perfettamente i fili di trame e sottotrame. E allora, ecco l'immancabile ironia, il coraggio del sacrificio, l'importanza dell'amicizia, le storie d'amore impossibili tra esseri apparentemente distanti, il nemico invincibile, i cattivi che diventano buoni e i buoni che diventano cattivi, l'importanza dell'uomo normale.
Quello che fa spesso Whedon è raccontarci di un gruppo di persone che si ritrovano ad affrontare, insieme, minacce apparentemente impossibili. Tra di essi si distingue sempre un geek, un particolare individuo che resta nell'ombra rispetto agli altri. Sembrerebbe il meno utile perché meno dotato di poteri o scintillanti armature. Non ha scudi da lanciare o fulmini da invocare: combatte lo stesso pur sapendo, più degli altri, che potrebbe rimetterci la vita. Joss Whedon ama i super poteri, ama le grandi battaglie, ama gli eroi: ma adora anche gli esseri umani. La persona comune che, da sola, si erge contro qualcosa di più grande per fare la cosa giusta. In Buffy era Xander, in Angel avevamo la dolce Fred, in Cabin in the Woods il fumato Marty, e così via. Qui abbiamo Occhio di Falco: attraverso lui Whedon ci insegna che da grandi affetti derivano grandi responsabilità.

THE HEART OF A HERO

Il cuore è al centro in Age of Ultron. Lo è in diversi momenti, tra una battaglia e l'altra. L'uomo normale può affrontare, giorno dopo giorno, sfide sempre più ardue? Sì. E dove la storia prende delle pause dall'azione e dai piani malvagi di Ultron il film fa centro: i momenti di emotività, le paure dei personaggi, i loro atti di coraggio e la loro voglia di non arrendersi sono i motivi che tengono in piedi la vicenda. Non ci basta vedere delle persone in maschera scontrarsi per due ore su uno schermo gigante. Ci servono le motivazioni, cosa rende quei personaggi ciò che sono. Ancora una volta sono i sentimenti a far muovere gli ingranaggi: è la paura di Tony Stark di perdere i suoi amici a creare Ultron? Può un mostro come Hulk essere in grado di vivere una vita normale? Può una macchina sapere cosa è giusto per il mondo? Può capire la vita e temere la morte?

THERE ARE NO STRINGS ON ME

L'era di Ultron è un po' una parabola sul nostro tempo. Chi è Ultron? Originalmente creato da Henry Pym nei fumetti, nel film viene creato da Tony Stark per proteggere il mondo dalle future minacce. A che servono i Vendicatori se a difendere il pianeta ho un più che efficiente sistema di difesa? Un'armatura intorno al mondo, così viene definita dal personaggio di Robert Downey Jr. Come saprete già dal trailer, l'intelligenza artificiale avrà da ridire in merito. Potrebbe far storcere il naso il fatto che Ultron sia già malvagio a pochi secondi dalla sua creazione. Gli basta una ricerca multitasking su internet per prendere la decisione che l'uomo è la vera piaga sul pianeta. Si nutre di tutta la conoscenza che riesce ad assimilare attraverso la rete: ha sempre la battuta pronta, la risposta giusta, la nozione corretta e l'ultima parola. In pratica, il vero nemico di Age of Ultron è l'utente medio di Facebook.
Il cyborg è in grado di pensare ma non ha un cuore: gli manca l'anima, non può provare sentimenti. Non conosce l'amore. Solo l'odio. Il villain più di una volta fa riferimento a dei fili, citando a più riprese il Pinocchio disneyano, se la prende con gli umani accusandoli di essere intricati in essi. Non ha fili che lo legano, non ha legami: ad esclusione di quello con il proprio padre putativo Tony Stark, legame che più di tutti lo infastidisce e che cercherà di troncare in ogni modo.  Ultron è un villain che odia l'umanità perché legata e intrecciata a dei fili: quei sentimenti da lui tanto ignorati, incompresi e sottovalutati. La sua natura calcolatrice e propedeutica lo rendono il villain perfetto per un film che mette al centro proprio i legami, i fili, tra i personaggi.
Poi certo, è anche un robot psicopatico, teofilo, capace di riprodursi e rigenerarsi all'infinito e dotato di un'armata di cloni.

IL FUTURO E LA PROSSIMA ERA

La trama orizzontale delle varie fasi dell'universo cinematografico Marvel viene portata avanti anche in questo film. Joss Whedon dissemina nel corso del film le prime avvisaglie di quella tanto famigerata Civil War. I dettagli che emergono durante il film ci permettono di intuire già gli schieramenti sia a livello microscopico che macroscopico. Preferireste cullarvi nella tecnologia della Avengers Tower di Stark o ritirarvi a vita privata in campagna: vita tranquilla o sotto i riflettori? Eroi o Supereroi? Sembrano due etichette simili, ma non lo sono. Whedon lascia i compiti pronti ai fratelli Russo, pronti a  prendere in mano le redini del franchise.
Gli avvenimenti e i conflitti portati a galla in Age of Ultron non resteranno circoscritti all'ottimo capitolo di un sontuoso blockbuster. Mentre noi non guardiamo, la fase tre si prepara ad accoglierci.
La fine dell'era di Whedon è una lunga maratona che non lascia respiro, conduce al traguardo con il fiatone ma con il sorriso di chi è arrivato a meta.

Ah, dimenticavo: il film è una bomba. E non solo perché ci sono giganteschi effetti speciali. L'eleganza e la maestria possono passare anche per il cinecomic, sta a voi entrare in sala trovando il coraggio di volare. 

AVENGERS: AGE OF ULTRON (e la rifondazione del blockbuster americano)

di Matteo Marescalco
 
Il 2005 è stato un anno fondamentale per il genere dei Cinecomics: con Batman Begins, primo episodio della trilogia dedicata all'uomo pipistrello, Christopher Nolan ha posto le basi per un nuovo approccio al mondo dei supereroi. 
Da quel momento in avanti, i film tratti dai fumetti della DC sono stati caratterizzati da una notevole introspezione psicologica dei personaggi, eroi ambigui, spesso ingiustamente rifiutati dalla società in cui operano, alle prese con problemi legati alla loro identità, ai rapporti con il passato, alla sottile linea di demarcazione tra Bene e Male, che convivono come due facce della stessa medaglia.
I film tratti dai fumetti Marvel, al contrario, si distinguono per un approccio più fracassone e spensierato, con particolare attenzione all'entertainment e per un grado di introspezione psicologica inferiore dei personaggi che, in tal modo, risultano, poco più che blocchi di marmo monodimensionali. 

Negli ultimi anni, i registi che si sono accostati ai personaggi Marvel hanno realizzato una serie di cross-over e di film team-up, lungometraggi segnati dalla presenza, nello stesso episodio, di più supereroi alleatisi per affrontare i nemici che minacciano di distruggere la Terra. 
Ecco delinearsi quello che è stato definito Universo Marvel, in cui si svolge la maggior parte delle avventure dei personaggi dei fumetti della omonima casa editrice americana. 
Ragion per cui, a differenza della scrittura filmica degli adattamenti della DC, che ha mantenuto un carattere maggiormente legato alle modalità cinematografiche classiche (sviluppo di una storia orientata teleologicamente alla risoluzione di tutti, o quasi, gli elementi in ballo), le trasposizioni Marvel sono state caratterizzate dallo sviluppo di modalità seriali, potenziate dalla supervisione di autori provenienti dal mondo della televisione (Joss Whedon su tutti). La conseguenza, ovviamente, è che ogni episodio si pone come un tramite per il successivo e come un mero strumento per portare avanti la vicenda narrata.
Fino, ovviamente, al progetto Batman v. Superman Dawn of Justice, targato Zack Snyder e Christopher Nolan, con Ben Affleck ed Henry Cavill, di cui è uscito il primo teaser trailer proprio in questi giorni (https://www.youtube.com/watch?v=IwfUnkBfdZ4) che si pone come obiettivo la creazione di un universo DC in cui Batman e Superman sono in combutta tra loro. 

Il 22 Aprile arriverà nelle sale italiane Avengers Age of Ultron, evento dell'anno che sta già turbando i sogni dei più accaniti nerd del mondo. Noi di Diario di un cinefilo (QUI trovate anche l'analisi della nostra guest star del mese, Matteo Novelli) lo abbiamo visto poche sere fa in anteprima stampa, in una sala gremita di giornalisti in fibrillazione.

In quest'ultimo episodio, che condurrà alla Infinity War, gli Avengers affrontano Ultron, intelligenza artificiale auto-cosciente progettata per aiutare a sventare le minacce ma che, tuttavia, a causa del suo intelletto superiore, si pone come obiettivo principale la distruzione del peggior nemico della Terra: l'essere umano. 

Il vero dilemma del film sembra essere: ipertecnologica Stark Tower o modesta casetta nella prateria? 
Questo è il nucleo tematico ed iconico della maggior parte dei blockbuster degli ultimi anni, che si trovano a dover rifondare il proprio statuto «dopo l'entrata massiccia dell'interfaccia digitale in ogni stadio del processo filmico» (*), e che Whedon esemplifica con quest'immagine netta. 
In un cinema che porta sempre più in scena il mondo multimediale e digitale con gli stessi mezzi, non disdegnandone anche la penetrazione "fisica", la mutazione binaria è mediata dai corpi attrazione dei suoi protagonisti. 
Così come «Tony Stark, ferito nel corpo, sopravvive grazie all'autoinnesto della macchina, rinascendo come Iron Man, il supereroe multimediale per eccellenza» (**), anche J.A.R.V.I.S., ferito nella “coscienza”, rinasce, questa volta, però, a partire dal suo innesto nell'androide nato da cellule umane, Visione. 

Avengers Age of Ultron, oltre a scontri e a botte da orbi, porta in scena la dialettica tra passato e futuro del cinema americano, che si risolve in una inevitabile fusione. É il nuovo corpo umano rinato e mediato dalle tecnologie digitali che consente la sopravvivenza della Terra.

(*), (**) Da Dalla sintesi del corpo alla ri-soggettivizzazione dello sguardo: "Nascita di una Nazione Digitale" nel cinema contemporaneo americano di Pietro Masciullo ne Il passato nel cinema contemporaneo, a cura di Giulia Fanara.