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venerdì 17 aprile 2015

MIA MADRE. NANNI MORETTI ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO

di Matteo Marescalco
 
Sono trascorsi ben 37 anni da quel famoso: «Rossi e neri sono tutti uguali? Ma che, siamo in un film di Alberto Sordi?», 26 anni ci separano dal Palombella rossa di: «Ma come parla?! Le parole sono importanti?! Come parla?!» ed, infine, 17 anni dalla famosa tirata: «D'Alema, di' qualcosa, reagisci, di' qualcosa di sinistra!».

Nel 1976, hanno debuttato Nanni Moretti ed il suo eteronimo, Michele Apicella, giovane incazzato e sbruffone del cinema italiano che, nel 1977, durante la trasmissione televisiva Match, ha osato addirittura sfidare, con tono presuntuoso, Mario Monicelli, padre della commedia all'italiana, in un duello “storico” tra vecchia guardia e figli del '68. 

Nel corso degli anni, il regista di Brunico si è affermato come uno dei principali autori italiani, costantemente in bilico tra percorso autobiografico (e, di conseguenza, autoreferenziale) ed attenzione alla realtà contemporanea. Creatore delle più esilaranti e ficcanti battute nate dal cinema italiano dell'ultimo quarantennio, entrate ormai a far parte, come citazioni, del linguaggio quotidiano, Moretti ha fidelizzato uno zoccolo duro di pubblico attorno al suo personaggio, quel Michele Apicella critico nei confronti dei luoghi comuni, della mediocrità della generazione post '68, della crisi generazionale del periodo del boom e della volgarità dei mezzi di comunicazione. 

Tornare in sala a vedere un nuovo film di Nanni Moretti significa, un po', incontrare nuovamente un vecchio amico che ci era tanto mancato. Uno di quelli che, a prima vista, sembrano un po' altezzosi ed antipatici, pieni di sé, ma con cui non ci si sente mai a disagio. Una persona con cui poter chiacchierare di tutto, di calcio e di politica, di figli e di giri in vespa. Che ammiriamo, odiamo, invidiamo. Ma a cui vogliamo, inevitabilmente, un gran bene. 

La stanza del figlio ha rappresentato, nel 2001, una cesura nella filmografia di Moretti che aveva diretto, nel 1998, Aprile, il suo film più dichiaratamente autobiografico e, per questo, idiosincratico, in cui tutte le incertezze e le turbe del Moretti uomo trovavano pieno compimento nel Moretti personaggio fittizio. La stanza del figlio è incentrato sull'elaborazione del lutto da parte di una famiglia che si trova a fare i conti con l'improvviso decesso del giovane figlio. Nel 2011, è toccato ad Habemus Papam proseguire il nuovo itinerario intrapreso da Moretti che continua, sempre più, a defilare la propria immagine, per assumere un ruolo secondario e lasciare spazio ad altri personaggi. Qui, il regista ed attore interpreta, per la seconda volta dopo La stanza del figlio, il ruolo di psicanalista. Sembra che lo stesso ruolo suggerisca una maggiore attitudine all'ascolto piuttosto che alla critica urlata. 

In Mia madre, l'atteggiamento del regista è definitivamente cambiato. «Il mio obiettivo era quello di
defilarmi e di evitare una mia prova muscolare per mettere, invece, gli altri al centro dell'attenzione», ha ammesso Moretti durante un'intervista.
Lo stesso inizio di quest'ultimo film sembra portare in scena questo dilemma: partecipare ed urlare o scostarsi ed osservare? 
Il Moretti degli ultimi lavori, letteralmente, «sta accanto» ai suoi personaggi, riuscendo ad abbracciare una visione sulla loro vita e sulla società contemporanea mediata dalla maggiore distanza. 

In un turbinio di emozioni reali, finzione cinematografica, finzione nella finzione e cortocircuiti di natura onirica, ci troviamo a rivivere il dramma di Margherita e Giovanni, quello di un fratello e di una sorella che fanno i conti con l'imminente morte della madre, docente di latino al liceo. Il rimando alla vicenda autobiografica è molto forte (ed è ulteriormente confermato dall'evidente dichiarazione dell'aggettivo possessivo) ma è, allo stesso tempo, come si diceva prima, mediato dall'assunzione di una differente consapevolezza da parte del regista che mostra, mettendosi a nudo ma mai senza pudore, un profondo disagio e senso di inadeguatezza. Gli stessi sentimenti che provava, nel precedente Habemus Papam, un pontefice che desiderava essere dappertutto eccetto che sul soglio pontificio, non adatto ad un ruolo per cui, come Margherita: «Tutti pensano che io sappia interpretare la realtà, ma io non capisco più niente».

Mia madre è costruito su una stratificazione di livelli, è un continuo gioco di specchi in cui i protagonisti entrano in contatto e si misurano direttamente con i loro fantasmi e le paure più nascoste. Abbondano i momenti ironici, affidati all'istrionismo di John Turturro, metafora di un corpo attoriale vittima del sistema cinematografico statunitense, ma anche quelli malinconici e dolorosi. Su tutti, la sequenza della fila al Capranichetta per vedere Il cielo sopra Berlino, film cardine sulla mancanza di radici e sulla rinascita. 

La conclusione, poi, spera in un definitivo ritorno alla realtà, che sembra ormai impossibile da raggiungere e cogliere, ma che Moretti invoca, giungendo, con toni minimali, ad attingere all'ossatura del dolore stesso cui si alterna il ricordo di un tempo e di uno spazio che si vorrebbero sempre tenere con sé ma che si devono, inevitabilmente, superare. Il difficile tema trattato, unito al suo carattere autobiografico, ad un primo aprioristico giudizio, faceva aleggiare il fantasma del narcisismo e dell'autocommiserazione, chiamato in causa per superare il dramma della morte materna. Moretti, invece, guardando agli altri con un diverso punto di vista, guarda a se stesso in maniera differente. Adesso, sembra più maturo e pacificato. Pronto ad intraprendere un nuovo viaggio in vespa. 
E noi, con lui, inforchiamo gli occhiali e indossiamo il casco. Fino alla prossima meta da raggiungere. 

martedì 14 aprile 2015

LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI - LE STREGHE SON TORNATE

di Matteo Marescalco
 
Presentato in anteprima al Festival Internazionale del Film di Roma 2013, finalmente, l'ultimo lungometraggio di Alex de la Iglesia verrà distribuito anche nel Bel Paese.
Prestigiatore dei più disparati generi cinematografici, dal melodramma all'horror, dal gotico alla commedia, il regista spagnolo utilizza, ancora una volta, il saldo strumento narrativo rappresentato dal cinema di genere per tessere una spassosa riflessione attorno al rapporto tra i sessi.

Dopo i divertenti titoli d'inizio, che mescolano illustrazioni di stregoneria con i ritratti di donne potenti come la regina Vittoria, la Thatcher e la Merkel, tocca alla prima macrosequenza veicolare l'effervescente ritmo narrativo del film.
Jose, dopo aver divorziato dalla moglie, può vedere il figlio piccolo solo poche volte al mese. Decide, così, di portarlo con sé ad una rapina in un Compro oro, al termine della quale, dopo un delirante inseguimento in auto, i due, insieme al complice e allo sventurato taxista che hanno sequestrato, giungono in un paese popolato da streghe.
Zugarramurdi esiste realmente e, in passato, è stato protagonista di un clamoroso caso di stregoneria, represso dall'inquisizione spagnola. Nel lungometraggio di de la Iglesia, il paese basco si trasforma nell'ambientazione gotica della terribile lotta tra le streghe donne, che sono alla ricerca di un bambino da immolare alla Grande Madre (una gigantesca Venere di Willendorf) e gli sfaccendati e subalterni uomini.

Come nel recente ed acclamato Balada triste de Trompeta (Ballata dell'odio e dell'amore), in cui de la Iglesia usufruiva della figura di un clown come traghettatore tra le vicende politiche spagnole del Novecento, Las Brujas de Zugarramurdi (Le streghe son tornate) si accosta alla situazione spagnola contemporanea, a partire dalla metafora offerta dalle figure delle streghe. Questa commistione tra macrocosmo collettivo e microcosmo individuale sembra essere una prerogativa tutta spagnola e rimanda all'ultimo film di Pedro Almodovar, Gli amanti passeggeri, in cui un aereo con palesi difficoltà ad atterrare a causa di un problema tecnico, si ergeva a rappresentante dello stato di crisi di un Paese al collasso.

Caratterizzato da una notevole gestione del ritmo, degli intrecci e dei dialoghi, il lungometraggio gioca con alcuni luoghi comuni, evitando, però, di cadere nel maschilismo e di risparmiare cattive sferzate ad ambo i sessi.
Peccato soltanto per l'incontrollata accelerazione che rischia di far deflagrare il film in un finale apocalittico in cui le dimensioni gargantuesche minano la tenuta complessiva dell'intreccio.

Estremo, folle e scoppiettante, il cinema di de la Iglesia conferma la propria forza nell'iperbolica rappresentazione del mondo e pone nell'esagerazione e nella distorsione la chiave di lettura della realtà.

sabato 4 aprile 2015

HUMANDROID

di Egidio Matinata
 
Un film di Neill Blomkamp. Con Sharlto Copley, Dev Patel, Hugh Jackman, Yolandi Visser, Watkin Tudor Jones, Sigourney Weaver, Jose Pablo Cantillo. Fantascienza. USA, Messico, Sud Africa 2015. 120 minuti.

Neill Blomkamp è una delle nuove leve che, insieme ad altri registi come Duncan Jones (Moon, Source Code) e Gareth Edwards (Monsters, Godzilla), stanno dando nuova linfa al genere fantascientifico attraverso opere originali. Il regista sudafricano torna, dopo Elysium, nella natia Johannesburg per raccontare la storia di Chappie (titolo originale del film).

In un futuro non molto lontano, le forze di polizia hanno deciso di contrastare la crescente ondata di criminalità schierando fra le proprie fila una nutrita pattuglia di droidi, creati dalla pionieristica azienda Tetravaal e progettati dal giovane genio Deon Wilson: grazie a questa scelta, le vite umane degli agenti di polizia non saranno più a rischio. Ma il sogno di Deon punta ancora oltre: creare la prima intelligenza artificiale senziente, in grado di provare le stesse emozioni della mente umana. Ad arricchire la vicenda contribuiranno un trio di criminali sgangherati all'inseguimento del colpo della vita e l'ex militare Vincent Moore (Hugh Jackman in un'inedita veste da villain).

Ciò che rende il film migliore di quanto non possa sembrare, in realtà, è da ricercare proprio nei sottotesti e nelle tematiche insite nella pellicola, che rischiava facilmente di scivolare nell'oblio della banalità. Perchè l'apparato tecnico del film è indiscutibilmente valido, e la messa in scena di Blomkamp ripropone l'originale connubio tra realtà riportata con stile quasi documentaristico e l'anormalità dell'"altro" che vediamo presente nel mondo (qui sono i robot, in District 9 erano gli alieni). 

Alcune sequenze, di azione e non, si avvicinano a divenire ridicole in modo involontario e potevano essere gestite in maniera diversa. Ma, in fin dei conti, il film, complessivamente, è superiore alla somma delle singole part; la profondità degli argomenti trattati avrebbe avuto, apparentemente, bisogno di un trattamento e di un tocco diverso da quello della maggiorparte dei blockbuster di oggi, e per fortuna Humandroid non fa parte di questa cerchia. Anche in questo caso, come nell'esordio di Blomkamp, l'essere umano si riconosce nel contatto con l'altro, con il diverso, ma l'ironia tragica che sta alla base della pellicola riguarda il robot senziente che, capace di provare sentimenti, apprende gli insegnamenti e riesce a metterli in atto e a rispettarli meglio dei suoi educatori. E, nel finale, si va anche oltre: nonostante siano frettolosi e semplicistici, gli ultimi minuti pongono una domanda intrigante, anche se non totalmente innovativa: la vera evoluzione sarà nella simbiosi tra la coscienza umana e l'apparato delle macchine?

Humandroid è un film di intrattenimento superiore alla media odierna, con una colonna sonora che presenta un interessante connubio tra Hans Zimmer e i Die Antwoord e con momenti che raggiungono grandi profondità di senso. Visivamente e tecnicamente validissimo.

P-RE-censioni - REcensioni PREsuntuose di Pietro* (*Tutto quello che avreste voluto sapere sui film del mese che noi non abbiamo avuto il coraggio di guardare) - Volume TRE

P-RE-CENSIONI - REcensioni PREsuntuose di Pietro  è la nuova rubrica mensile di Diario di un Cinefilo. Confidando nel vostro intelletto e sperando che non verrete a cercarci per punirci della satira politically scorrect da noi prodotta (si, la satira, ultimamente, sta andando parecchio di moda), vi forniamo una serie di recensioni aprioristiche e prevenute su film che non abbiamo ancora visto e che, in effetti, non abbiamo la più pallida intenzione di recuperare. Qua contano solo le nostre idee. Le vostre no. Vi forniamo anche una brevissima guida sulle modalità di utilizzo delle vostre opinioni. Al prossimo mese! 



Sarà che si avvicina l'estate, ma sembra che uscite interessanti non ce ne siano parecchie, purtroppo...

Fast and Furious 7 - Esce il 2 aprile, un giorno prima e sarebbe sembrato uno scherzone, invece...

La scelta - Michele Placido alla regia, Raoul Bova e Ambra Angiolini nel cast.... «Una scelta di coraggio per la coppia Angiolini/Bova" si trova in molte news sul film, l'unico vero coraggio sarà quello di chi va a vederlo al cinema pagando un biglietto».

Mia madre - dodicesimo lungometraggio di Moretti, di cui si sconoscono, ancora, cast e trama (bella trovata pubblicitaria alternativa, ma funzionerà?!)

Summer in love - se dopo lo scioglimento della coppia Boldi-De Sica speravate che il cinemerdettone fosse definitivamente e finalmente morto, vi sbagliavate, la nuova merda arriva dal basso: a partire dalla squallida e vomitevole locandina; il cast, se possibile, sembra peggio della locandina; di certo un must imperdibile per chi, di cinema, non ne capisce un cazzo!

Il balletto del Blolshoi: Ivan il terribile - come per il mese scorso, se volete vedere bella robbba al cinema dovete andare di vecchi film restaurati (mai nessuno sarà grato al cinema ritrovato della cineteca di Bologna quanto me) o opere che sono "fuori" dal cinema.

Cattedrali della cultura 3D - come sopra, con l'aggiunta che forse questa sia l'unica pellicola, fin ora, per cui valga la pena indossare quegli odiosissimi e inutilissimi occhialetti neri.

Avengers: Age of Ultron - un marpazzone di supereroi, che più che salvare la terra sono la causa dei gran problemi che rischiano di distruggerla; unica cosa per cui varrà pagare il biglietto: il culo della Johansson in una tutina di latex a tutto schermo per qualche secondo.

I bambini sanno - di Walter Veltroni (MA SERIAMENTE?!?!?! CIOÉ CE LO ERAVAMO TOLTI DAI COGLIONI IN POLITICA E ORA ROMPE IL CAZZO AL CINEMA?!!?!? ECCHEPPALLE!!!); Comunque, avete presente quei video "virali" dove si chiede ai bambini di parlar di qualcosa, e tutti guardandolo pensiamo: «ma che teneri» oppure «ma certo i bambini son gli occhi della verità, in fondo han ragione»??? ecco, Waltroni ci ha fatto un film.

venerdì 27 marzo 2015

INTO THE WOODS

di Matteo Marescalco 
 
Basato sull'omonimo musical di Stephen Sondheim, incredibile macedonia di celebri fiabe tradizionali dei Fratelli Grimm quali Cenerentola, Cappuccetto rosso e Raperonzolo, con l'aggiunta di Jack e il fagiolo magico, Into the woods segna il ritorno dietro la macchina da presa di Rob Marshall, tre anni dopo aver diretto il quarto capitolo della saga di Pirati dei caraibi

Il film costituisce una sorta di estensione delle suddette fiabe dei Fratelli Grimm, prova ad analizzare le reali pulsioni dei personaggi portati in scena e a chiedersi cosa accade dopo lo sbandierato lieto fine. 
Il primo sintagma narrativo, incentrato sulla presentazione dei diversi protagonisti, effettuata in montaggio alternato, mostra un panettiere e sua moglie che si rendono conto di non poter avere figli perchè maledetti da una strega. Se vogliono spezzare la maledizione, devono incamminarsi nel bosco per procurarsi gli oggetti necessari per rompere l'incantesimo e dar vita ad una famiglia: un mantello rosso sangue, una mucca bianco latte, una scarpetta dorata e delle setole color grano.

Il ritmo di questa prima sezione è davvero elevato e getta lo spettatore nel cuore pulsante della storia narrata. I singoli personaggi, con le loro vicende e le immancabili digressioni in cui si imbattono, vengono relegati in uno spazio oscuro e cupo in cui sembrano materializzarsi i fantasmi delle loro esistenze. 

A differenza di altre riduzioni Disney (sorge spontaneo pensare a Cenerentola di Kenneth Branagh e all'affastellamento barocco di dettagli inutili), Into the woods è un film serio e privo di chissà quali voli pindarici sul versante visivo. Particolarmente esaltata risulta essere la dimensione orrorifica e crudele delle vicende a scapito del sentimento ironico, incarnato unicamente dai personaggi dei due principi, fratelli rivali, più preoccupati dal loro aspetto fisico che dal conquistare le donzelle dei loro sogni. L'impressione è quella che il regista e gli autori del libretto del musical si siano divertiti a ribaltare la tradizionale figura del principe senza macchia, mostrando il risvolto della medaglia. 

Centro focale del lungometraggio è rappresentato dal rapporto genitori-figli e dalle aspettative di vita della prole. Le dinamiche comportamentali di Jack, Cappuccetto Rosso e Raperonzolo risultano essere attenzionate. I tre giovani desiderano solo distaccarsi dai membri familiari ed intraprendere un loro autonomo percorso di vita che li porti a contatto con gli aspetti più estremi della realtà. 

Nessuno è veramente puro ed innocente in questo adattamento Disney e l'inventiva e l'originalità generale consentono, senza ombra di dubbio, di chiudere un occhio su alcuni risvolti diegetici poco precisi. Into the woods risulta essere, in definitiva, uno dei prodotti Disney più intelligenti e riusciti degli ultimi tempi, collocandosi sullo stesso piano de Il grande e potente Oz di Sam Raimi