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lunedì 2 ottobre 2017

MISS SLOANE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

«É necessario cambiare la narrazione. Le armi sono un potere femminile». 

Prende avvento da questa frase, pronunciata da uno dei lobbisti conservatori dell'ultimo film di John Madden, il racconto sull'intransigente Miss Sloane, donna automa, completamente anaffettiva, dipendente da svariati prodotti farmaceutici ed in preda a crisi di sonno. Nonchè impiegata, che ha sempre svolto il proprio lavoro in modo pressochè eccellente, presso un'agenzia lobbistica legata all'area conservatrice del governo americano. Quando le viene ventilata l'ipotesi di adesione ad una campagna che miri al supporto delle aziende che producono armi, Elizabeth Sloane decide di abbandonare il proprio ambiente di lavoro e di schierarsi dalla parte opposta: a favore di una legge sul controllo e sulla regolamentazione del loro uso all'interno degli Stati Uniti d'America. Discriminante fondamentale per la sua decisione riguarda il condizionamento di un segmento di opinione pubblica -il target femminile- che i lobbisti delle armi prendono difficilmente in considerazione.

 

mercoledì 27 settembre 2017

MACERIE PRIME

di Matteo Marescalco

Piccolo off-topic (per un argomento non del tutto sconosciuto sul nostro blog: in passato, abbiamo già trattato de La distanza di Colapesce e Baronciani) dedicato alla prossima uscita del nuovo libro di Zerocalcare: Macerie prime. Il fumetto arriverà nelle librerie e in tutte le fumetterie d'Italia dal 14 Novembre e avrà lo stesso formato di Dimentica il mio nome, un cartonato in bianco e nero di 192 pagine dal costo di 17 euro. 
Per l'occasione, Bao Publishing lancerà il libro realizzando tre copertine diverse. La copertina regular è disegnata da Zerocalcare e colorata da Alberto Madrigal. La variant da libreria (limitata a 5000 copie) sarà principalmente venduta dalle librerie Feltrinelli e da quelle che presenteranno il libro in anteprima e offriranno al pubblico la possibilità di un firmacopie con l'autore. Tutte le singole variant da fumetteria (limitata a 1500 copie) saranno numerate singolarmente e costituiranno l'edizione più rara tra le tre tipologie di copertina. La prima tiratura di Macerie prime arriverà nelle librerie in 100.000 copie. 

Ma l'appuntamento con i lettori non si esaurisce qui. A Maggio 2018, infatti, uscirà un secondo volume dello stesso formato del primo: Macerie prime-Sei mesi dopo. Il libro riprenderà le vite dei suoi protagonisti esattamente sei mesi dopo, quando alcuni di loro, nel frattempo, si saranno persi di vista. Aprendo il libro, personaggi e lettori scopriranno cosa è successo. 

Secondo la descrizione fornita da Bao Publishing, -Macerie prime è un libro su ciò che ci rende
umani. Sulle cose che, per quanto siano messe a dura prova dalla vita, dobbiamo proteggere ad ogni costo. Il libro è stato pensato per essere letto in due atti e non sarà mai pubblicato in un volume unico-.

Anche il primo volume della storia ha un sottotitolo che sarà svelato solo in corrispondenza dell'uscita nelle librerie e fumetterie. Appuntamento al 14 Novembre!

martedì 26 settembre 2017

MOTHER!

di Matteo Marescalco

Dopo il diluvio universale di Noah che ha investito la sua carriera, segnando uno dei più pesanti tonfi all'interno della sua filmografia, Darren Aronofsky torna a Venezia con l'attesissimo Madre!, a metà strada tra l'horror ed il dramma d'autore, con un cast degno dei migliori red carpet internazionale: a guidare la parata delle star che illuminano il film è Jennifer Lawrence, accompagnata da Javier Bardem, Ed Harris, Michella Pfeiffer, Domhnall Gleeson e Kristen Wiig.

Avevamo lasciato Aronofsky in preda alla distruzione totale del suo cinema, con un nuovo mondo da costruire. Lo ritroviamo qui alle prese con una coppia borghese che abita una casa dispersa in mezzo ad una imprecisata campagna. Lui è uno scrittore al lavoro sul suo nuovo libro, la cui genesi lo sta logorando; lei è la giovane moglie che si prende cura della casa, bada al marito e cerca di ispirarlo, senza alcun risultato. La tranquillità della coppia sarà minata dall'arrivo di due estranei e dei loro figli. La casa verrà spinto nel gorgo di una distruzione totale dalla quale il libro dello scrittore riuscirà, finalmente, a nascere. A scapito, tuttavia, dell'integrità mentale della moglie.

Mother! era il film più atteso della 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ma è riuscito ad ottenere solo roboanti fischi scaldati da pochi tiepidi consensi. Per quale ragione? Darren Aronofsky è un autore molto particolare che, nel corso degli anni, ha sempre portato in scena una visione di cinema molto caratterizzata dal proprio ego. Anche questo Mother! nasce dalle più oscure ossessioni del regista e trova il proprio sviluppo di una struttura binaria. La prima parte del film è caratterizzata da un senso di inquietudine e di angoscia che penetra lentamente nel tessuto narrativo, fino al turning point che genera l'esplosione totale del corpo filmico e delle immagini. Sembra quasi che la forza delle parole diventi, per l'autore, una necessità per compensare la pochezza di ciò che viene mostrato. Ed ecco venire a galla una serie di interessanti riferimenti biblici che, tuttavia, sguazzano in un apparato metaforico banale, volto ad elevare la cornice intellettuale di Mother!. Il secondo atto sfocia nel pastiche ridondante e tronfio, in cui si alternano stasi totali a momenti di asfissia delirante, in nome della creazione artistica.

Le svolte narrative sono frettolose e subordinate ad una sovrastruttura intellettuale che ne mina gli
spazi liberi, in nome di un progetto artistico-narrativo che, con la progressione del film, rischia di essere divorato dall'egocentrismo di un regista troppo preso dal proprio ego. Il racconto sul lato oscuro della maternità e dell'essere umano viene completamente sacrificato in nome di una teorizzazione ridondante che cannibalizza la storia e trasforma il film in un'occasione perduta.

martedì 19 settembre 2017

AMMORE E MALAVITA

di Matteo Marescalco

Dopo l'incoronazione istituzionale arrivata all'ottava edizione dell'allora Festival Internazionale del Film di Roma, diretto dall'aficionado del cinema di genere, Marco Muller, con il loro Song'e Napule, i fratelli Manetti debuttano anche alla Mostra del Cinema di Venezia, con il musical Ammore e malavita.

La scelta di Alberto Barbera si è dimostrata coraggiosa (Ammore e Malavita è stato inserito nel Concorso Ufficiale della selezione festivaliera) ed è da ricondurre alle stesse motivazioni che, lo scorso anno, portarono i selezionatori ad inserire in Concorso Piuma di Roan Johnson, commedia agrodolce sulle difficoltà della genitorialità per due ragazzi 18enni. La leggerezza di una commedia, nel caso di Piuma, e di un musical napoletano, nel caso di Ammore e Malavita, hanno avuto il merito di spezzare il ritmo festivaliero con due storie rapide ed efficaci e dal tono drammatico decisamente smorzato.
In modo particolare, Ammore e Malavita attinge ad un universo che, negli ultimi anni, a partire dall'exploit di Roberto Saviano con Gomorra, ha portato all'esportazione internazionale del film di Matteo Garrone tratto dal best-seller, dell'omonima serie tv diretta da Sollima, Comencini e Cupellini (giunta alla sua terza stagione, i cui primi episodi saranno eccezionalmente mostrati anche nelle sale cinematografiche) e di Suburra film e serie tv, primo prodotto italiano realizzato e distribuito da Netflix.

Don Vincenzo Strazzalone è un boss della camorra nonché imprenditore nel campo del pesce. Sfuggito ad un attentato, decide di cambiare vita e di abbandonare la vita da fuggiasco. Braccato da criminali e polizia, decide di mettersi da parte ed iniziare una nuova esistenza in compagnia della moglie, donna Maria, appassionata di cinema e braccio destro del marito. I due coniugi escogitano un piano, contando sulla protezione assicurata loro dalle Tigri, i due fedelissimi Ciro e Rosario, incaricati di eliminare una ragazza che sa ciò che, in realtà, non dovrebbe sapere. Caso vuole che tra la ragazza e Ciro esiste un passato d'amore che complica la vicenda fino alle estreme conseguenze.

L'inevitabile provincialismo della vicenda ben localizzata e raccontata in Ammore e Malavita viene superato dall'adesione ai modelli formali del musical americano e dalle continue strizzate d'occhio al cinema di genere, di cui i fratelli Manetti sono avidi consumatori. I riferimenti vanno da 007: Missione Goldfinger a Ritorno al Futuro, fino alle rom-com che la protagonista della narrazione consuma fino a conoscerne le battute a memoria. La tradizione popolare ed il sottogenere della sceneggiata napoletano fungono da immaginario da cui Ammore e Malavita pesca a piene mani, collocandosi nell'ambito di un cinema (quello dei Manetti) che sforna film di genere da ben prima dell'exploit nelle sale italiane di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Attraverso momenti comici ben costruiti e la decostruzione di un universo gangsteristico esportato dai media italiani, i Manetti Bros. Pongono lo sguardo sulla realtà contemporanea, alternando momenti di riflessione a attimi in cui il divertissment prevale e sfocia in un pastiche dai toni cromatici e musicali esplosivi. Nelle sue esagerazioni, Ammore e Malavita non molla un attimo lo spettatore e si afferma come uno dei prodotti italiani dell'anno per il pubblico di massa. 

sabato 16 settembre 2017

NICO, 1988

di Matteo Marescalco

E' toccato a Susanna Nicchiarelli il compito di aprire la sezione Orizzonti della 74esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. La regista romana torna dietro la macchina da presa dopo il promettente esordio Cosmonauta e La scoperta dell'alba.

A passare sotto la lente della Nicchiarelli sono gli ultimi anni di vita di Nico. O, meglio, di Christa Päffgen, la donna dietro l'icona che viene ricordata per aver suonato con i Velvet Underground, per essere fiorita nella factory di Andy Warhol e, ancora, per aver condotto una relazione con Jim Morrison dei The Doors. Nel 1986, Christa si confronta con i fantasmi del proprio passato: con il proprio corpo, ormai vittima del baratro delle droghe, trasformato dall'eroina, con una chioma bruna lontana un miglio dal biondo acceso che ha caratterizzato i suoi anni eroici, con l'insuccesso del tour sgangherato che ha condotto la cantante fino ad Anzio.

Il film si apre con Nico bambina che fissa da lontano le luci che illuminano la città di Berlino. Peccato che si tratti solo dei bagliori della distruzione della fine della seconda guerra mondiale. Le tenebre esistenziali della fine di Berlino costituiranno il leitmotiv delle sensazioni e delle emozioni provate da Christa negli anni a venire. E, soprattutto, della sua produzione artistica, belva famelica su cui tanta influenza ha avuto anche il suo tono vocale graffiante e ferino.

Nico, 1988 si allontana dalla costruzione tradizionale di un classico biopic: è privo del suo tono elegiaco che riduce tutto a lustrini e a superficialità, scegliendo di aderire quanto più possibile ad un personaggio che, alla fine della propria vita, prova anche a ricostruire il rapporto con il figlio dalle tendenze suicide. La Nicchiarelli approfitta del vuoto documentaristico su questo periodo di vita di Nico per comporre un ritratto libero e privo di freni inibitori, incatenato tra i margini di un'inquadratura scura che lascia poco spazio alla liberazione finale. Christa, attraverso l'ausilio di dispositivi tecnologici, prova a tornare indietro nel tempo, alla ricerca di un suono perduto, del momento in cui la sua vita ha assunto un andamento irrimediabilmente discendente. Verso frammenti di un tempo che affiorano con costanza ma che riescono ad affermarsi solo superficialmente. 

In questa ricostruzione sui generis, non mancano sequenze che restituiscono il piacere dei viaggi lisergici compiuti da Christa e della liquefazione della sua identità, in preda ad un delirio baccantico che ha dato forma alla sua esistenza. Nico, 1988 è una mosca bianca nel panorama cinematografico italiano, un atto di coraggio produttivo oltre che di sapienza formale. Un film vivo ed imperfetto. Un po' come Christa, in fin di vita ma vogliosa, fino all'ultimo di ripartire e riprendere la strada.