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lunedì 12 settembre 2016

VENEZIA 73: RECENSIONI DA COINQUILINI. I FILM AMATI

di Matteo Marescalco

Per provare a pubblicare un pezzo di analisi differente dalle solite recensioni, ho chiamato a raccolta quattro dei miei sette coinquilini veneziani chiedendo loro di scegliere due dei film più amati e due dei più odiati visionati all'ultima Mostra del Cinema e di parlarne brevemente. Oltre ad aver condiviso con loro bat-caverne negli anfratti della cucina, bagni dalla (in)dubbia pulizia, attacchi in massa di zanzare, cavallette, locuste e chi più ne ha più ne metta, spritz gentilmente offerti dal bar del Movie Village, proiezioni-sonnifero, appostamenti e Pabli Larrain ubriachi, mi trovo a riflettere sui film che hanno maggiormente suscitato le nostre emozioni, in positivo e in negativo. Di seguito, i film più amati dagli hateful five che partecipano alla conversazione.
Per i film più odiati, cliccate qui.

EMANUELE D'ANIELLO (Culturamente e Bastardi per la gloria)

Jackie di Pablo Larrain
Più che un biopic convenzionale, con la sua struttura frammentaria, Jackie è l'analisi dell'elaborazione del lutto. Nel racconto dei tre giorni che passano dall'omicidio del presidente John Kennedy nel 1963 al suo funerale, il volto di Natalie Portman, scavato e triste, ma al tempo stesso magnetico e dignitoso, sempre inquadrato attraverso lancinanti primi piani, è la bussola che ci guida tra il dolore privato di una donna e quello pubblico di una nazione ferita. Il regista Pablo Larrain, che ha una sensibilità sua diversissima da quella dei colleghi americani, concepisce un film tutto interiore interamente su un volto esteriore, accogliendoci in un dolore che non si può superare. Semmai imparare a conviverci.

El ciudadano ilustre di Gaston Duprat e Mariano Cohn
Se non ci fosse stato il sogno incarnato da Maradona e il terrore rappresentato dalla dittatura, la storia ed il sentimento popolare dell'Argentina si potrebbe racchiudere nel percorso che va dall'umiliazione per il mancato Premio Nobel a Jorge Luis Borges fino alla gioia per l'elezione a Papa di Jorge Bergoglio. E, non a caso, questi personaggi sono citati tutti in El ciudadano ilustre, uno spaccato ironico ed arguto di commedia umana sulle figure che la popolano. Ironico e corrosivo, esilarante ma anche molto malinconico, il film racconta il conflitto universale che noi tutti attraversiamo: cosa vale la pena realizzare nella vita e come affrontare le conseguenze delle proprie scelte? Far ridere svelando con intelligenze l'ipocrisia e l'insoddisfazione umana è forse il più grande risultato che un film possa raggiungere.

MATTEO MARESCALCO (Cinemonitor, Cinema4StelleIl Giornale di LettereFilosofia e Diario di un cinefilo)

The bad batch di Ana Lily Amirpour
L'idea che The bad batch possa essere un sequel non ufficiale di The Truman Show di Peter Weir è assai allettante. La presenza di Jim Carrey a fare da traghettatore conferma questa mia ipotesi. Nel film del 1998, Truman Burbank riusciva ad evadere dalla realtà fittizia costruitagli intorno da Christof. Nel lungometraggio lisergico della Amirpour, Carrey interpreta un barbone che vaga per un deserto al di fuori della civiltà, il "lotto difettoso, tra una comunità di cannibali e Comfort, villaggio guidato dal Grande Sogno, santone new age che dispensa perle di saggezza e violenta le proprie donne. La realtà non è mai stata così dura e meno soddisfacente della sua creazione spettacolare. Sfilacciato e sbilanciato ma potente, come i corpi muscolosi degli attori che vi fanno parte. Decisamente, il colpo di fulmine dell'ultima Mostra del Cinema.

La La Land di Damien Chazelle
Dopo Gravity, Birdman ed Everest, la Mostra del Cinema di Venezia riesce a trovare un'altra apertura con il botto grazie allo shakeratissimo La La Land del giovane Chazelle. Il film è una gioia per gli occhi e le orecchie, porta via con sé un pezzo di cuore, affascina e cattura. Inizia con un ritmo frastornante tra coreografie autostradali e, man mano, riesce a placare il suo baricentro su un amore impossibile che vive della propria affermazione artistica, che cresce e diminuisce, si rinforza e si indebolisce. Fino all'onirico finale, sliding doors che demoliscono, con la leggerezza di un'utopia, tutto ciò che è accaduto, lasciando spazio ad un ultimo sprazzo di sogno nella city of stars. Il dispositivo cinematografico non è mai stato così attraente e amaro.


The Young Pope di Paolo Sorrentino
Tutti a pensare che la serie di Sorrentino sarebbe stata tutt’al più un remake con più soldi de Il giovane Ratzinger, e invece dai primi due episodi che sono stati presentati in anteprima ne è emerso un lavoro ottimale, divertente e d’intrigo. Una House of Cards vaticana diretta da un italiano con tre punte di diamante: Jude Law, Diane Keaton e Silvio Orlando (nessuno mai si sarebbe aspettato di vederli nella stessa inquadratura). Il Sorrentino onirico si condensa nei primi cinque minuti del primo episodio, per poi lasciare spazio al suo sguardo cinico e disincantato, lavorando su una storia ben scritta e dalle grandi potenzialità che porta alla luce, anzi, all’ombra, un papa italo americano che fuma, non vuol essere fotografato e che al suo primo discorso affacciandosi in Piazza San Pietro lascia intravedere solo la sua oscura silhouette, inveendo pesantemente contro i fedeli che non riescono a vederlo. Un personaggio destinato a far parlare di sé. Plauso a Sorrentino.

Brimstone di Martin Koolhoven
La critica è stata concorde nello stroncare il western al femminile con Dakota Fanning e Guy Pearce, nonostante sia notevole e sicuramente più meritevole di altri orrori piazzati in Concorso. Il film ricalca molto il modello tarantiniano: è un western, è diviso in capitoli, è violento e pulp e, nella sezione finale, la carrozza che avanza nella neve è un richiamo evidente a The Hateful Eight. Brimstone è diviso in quattro capitoli, anche se l’ordine cronologico non viene rispettato: le sezioni centrali sono quindi dei grossi flashback che portano avanti la trama con molta attenzione. Pecche condivisibili con chi il film l’ha stroncato: la durata (avrebbe giovato se lo script fosse stato asciugato di una ventina di pagine, soprattutto nella parte finale) e l’immortalità e inossidabilità del villain che finisce per avere una punizione finale ingiusta e poco violenta: con tutto quello che i personaggi del film hanno patito, il pan per focaccia sarebbe stato cosa buona e giusta. Ciononostante, è un sì.

MARA SIVIERO (Sensi di cinema e Diario di un cinefilo)

Arrival di Denis Villeneuve
Uno dei film che sicuramente mi ha maggiormente soddisfatto è stato Arrival. Considerarlo come il solito film sugli alieni sarebbe un terribile errore. Villeneuve analizza il rapporto che si può creare tra due identità diverse attraverso un livello di comunicazione adeguato ad entrambe le parti. Alieni buoni o cattivi? La solita domanda, si direbbe. La bravura del regista consiste nel tenere catalizzata l'attenzione sulle fasi precedenti alla risposta. La protagonista che vive l'intrecciarsi di diverse dimensioni temporali è un mezzo al servizio dello spettatore che viene guidato alla comprensione e alla conoscenza tramite un processo lento e graduale. Villeneuve mostra quanto comunicare con il diverso sia sempre possibile e quanto ciò possa assurgere a simbolo sulla comunicazione tra noi stessi e i nostri simili.

La La Land di Damien Chazelle
Annunciato come musical-omaggio ai tempi d'oro che furono del suddetto genere, ci si domandava se, in effetti, Damien Chazelle sarebbe stato in grado o meno di mettere in piedi uno spettacolo dalla storia intrigante e nel frattempo di omaggiare il passato senza perdere pezzi per strada. La La Land racconta la nostalgia verso qualcosa o qualcuno che si sta perdendo insieme alla tensione per qualcosa che, invece, si sta edificando. Il cammino di una ragazza che tenta di diventare attrice e quello di un ragazzo che cerca di salvaguardare un genere come il jazz si incrociano in una strada fatta di canzoni e di danze, segni di un passato trattato con le pinze dell'innovazione e della modernità. Il passato è solo un'entità di tempo da cui bisognerebbe trarre al nostro servizio gli insegnamenti necessari ed adattarli al presente ed al futuro.

ELISA TORSIELLO (Above the line, Cinema4Stelle e Radioeco)

One more time with feeling di Andrew Dominik
La macchina da presa danza malinconica sulle note di Nick Cave, in uno dei momenti peggiori, ma artisticamente più elevati, nella vita dell'artista. La rielaborazione del lutto attraverso la composizione musicale ha dato vita ad un'opera sublime e commovente, che avvolge lo spettatore e lo fa danzare insieme alla cinepresa.

La La Land di Damien Chazelle
Chazelle prende il genere musical e lo fa suo, aggiungendo, ai colori sognanti di Un americano a Parigi e alla rincorsa ai propri sogni di E' nata una stella, una capacità registica matura e solida e una storia mai mielosa ma realistica. Il risultato che ne deriva è un film che va ben oltre il genere musical, che ne travalica i confini per elevarsi a mero specchio della realtà o, se vogliamo, a frammento di vita vissuta.

domenica 11 settembre 2016

THE BAD BATCH

di Matteo Marescalco


Risulta decisamente strano trovare Jim Carrey, Keanu Reeves e Giovanni Ribisi, tre attori tanto cari al cinema degli anni '80 e '90, in un film come The Bad Batch. O probabilmente no. Perchè il secondo lungometraggio di Ana Lily Amirpour, scoperta dal Festival del Film di Roma di Marco Muller, che inserì in selezione il suo primo A girl walks home alone at night, si nutre dell'estetica pop di quegli anni, impastandola con fascinazioni perverse ed erotismo muscolare, riuscendo a raggiungere una strana amalgama, sbilanciata e poco coerente ma dotata di un'indubbia forza vitale.

Nelle prime inquadrature l'occhio umano si perde nelle desolate lande di un deserto che sembra estendersi all'infinito. Un corpo da modella si aggira in questo ambiente devastato dalla luce solare, sopravvissuto ad un'esplosione nucleare, ad una guerra post-atomica o, semplicemente, alla politica americana di Donald Trump. Ma non ci è dato sapere tutto ciò. Il potere decisionale appartiene allo spettatore.
La ragazza girovaga finchè si imbatte in una zona di scarto popolata da residui umani, ammassi di muscoli che sono paragonabili al corpo filmico di The Bad Batch: pompato allo sfinimento, artificioso e latore di un'anormalità che ne mina le fondamenta. Si tratta di una comunità di cannibali che deturpa il bel corpo della ragazza, cibandosi delle parti di cui viene privata. Fuggita da questo lotto difettoso, Arlen approda a Comfort, altro mondo rovesciato, dominato da atmosfere lisergiche anni '70, tra mescalina, musica pop e un Keanu Reeves santone che tiene orazioni da grande sogno ma violenta le sue ancelle. Le sequenze si dilatano a dismisura, il ritmo si fa lento ed il silenzio totale. Ana Lily Amirpour non insegue il baricentro del film, tende volutamente a sfilacciare la narrazione e a percorrere le differenti ed eterogenee traiettorie del racconto e dello sguardo che si aprono nel deserto, ottenendo un presente che è l'unico cannibale della vicenda.

Nel bel mezzo di soluzioni estetiche ingenue, di una messa in scena che mostra ma non disdegna
anche di suggerire, di echi da slasher movie, della violenza e dei toni profetici da distopia, trova posto la bonarietà della Amirpour nei confronti dei suoi personaggi, giganti deboli che hanno bisogno di una lieve scintilla di amore, santoni new age in crisi di identità, borderline che hanno perso ogni nozione di confine. In un'America priva ormai di punti di riferimento, in cui il grande sogno è definitivamente tramontato e soggetto a travisamenti vari, non resta altro che un moto deformante e il fascino perverso dei suoi personaggi, bestie prive di prospettiva che si aggirano nelle lande desolate. Speranzosi, però, nell'azione di un uomo a cavallo pronto ad «accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo».

NOCTURNAL ANIMALS

di Matteo Marescalco



Dopo sette anni dal suo debutto con A single man, torna in concorso alla Mostra del Cinema lo stilista Tom Ford con Nocturnal Animals, tratto dal romanzo Tony & Susan di Austin Wright.
Nel 2009, A single man fruttò la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a Colin Firth ed ottenne ampie critiche positive per il modo elegante e sontuoso in cui tratteggiava il tema della solitudine umana, descritta a partire da particolari effetti cromatici che riflettevano le esistenze dei protagonisti della vicenda. A rimanere in incubazione, tuttavia, era la sensazione latente di estetismo senza alcun fine, la volontà del regista di creare un bello imprescindibile ed irraggiungibile che trova ulteriore riscontro in Nocturnal Animals e che finisce per avere conseguenze letali sui suoi personaggi.

La narrazione è complessa e trova il proprio sviluppo a partire da tre vicende legate tra loro: Susan dirige una galleria d’arte ed è sposata con un uomo d’affari, per il quale ha lasciato il promettente scrittore Edward che si fa improvvisamente vivo proprio mentre il matrimonio di Susan inizia a scricchiolare, inviandole una bozza del romanzo che ha scritto, appunto, Nocturnal Animals. Da questo momento in poi, il plot segue le tre vicende sopra citate: quella di Susan intenta nella lettura del romanzo, il passato dei due ex sposi e, infine, le brutali azioni narrate da Edward nel suo romanzo.

Se a convincere risulta soprattutto il carattere da animali notturni dei protagonisti, che trova piena corrispondenza nelle lande desertiche degli ambienti scenografici in cui si svolge la vicenda narrata nel romanzo di Edward ed il contrasto con il mondo patinato della vita di Susan (è un’eleganza distante, fredda e raffinata), risulta deprecabile il trattamento crudele dei personaggi ed il modo in cui lo spettatore risulta imprigionato dalla struttura coercitiva della narrazione. Tom Ford odia i protagonisti del suo film, ridotti a meri burattini della trasposizione effettuata. Non fornisce mai loro una via di scampo, condannati come sono ad assecondare la volontà perfettiva del loro creatore. E, insieme a loro, anche il fruitore diventa vittima della vicenda di tradimenti, solitudine e vendetta raccontata all’interno di una struttura circolare estetizzante in cui è condannato ad un finale che non lascia minimamente spazio ad una scintilla di bene o amore ma che lo manda alla deriva. Trionfano il distacco, la brutalità e la freddezza dell’atteggiamento di Ford verso i suoi personaggi e gli spettatori, bestie fameliche assetate di visione e colpevoli, probabilmente, di desiderare gli impulsi meno nobili. Mai visto prima un film che mettesse a tal punto alle corde le creature che lo nutrono anziché alimentarle con un atto di benevolenza.

sabato 10 settembre 2016

CINEVOTI VENEZIA 73

di Matteo Marescalco

Un'altra edizione della Mostra del Cinema di Venezia è terminata e, con la sua fine, arrivano i Cinevoti dei film visti. Tra qualche giorno, inseriremo anche un articolo sui migliori e i peggiori lungometraggi visti, accompagnati da una breve recensione.


★★★★
The Light Between Oceans di Derek Cianfrance
★★
★★1/2
El Cristo ciego di Christopher Murray
★★1/2
★★★★
★★★
★★
The Bleeder di Philippe Falardeau
★★
Dawn of the Dead (Zombi)-European Cut di George Romero
★★★★
★★★1/2
In Dubious Battle di James Franco
★★★1/2
Hacksaw Ridge di Mel Gibson
★★★1/2
David Lynch: The Art Life di Jon Nguyen, Olivia Neergard-Holm, Rick Barnes
★★★
An American Werewolf in London di John Landis
★★★★
The Secret Life of Pets (3D) di Chris Renaud, Yarrow Cheney
★★★
★★1/2
Sing di Garth Jennings
★★★
★★
★★★★
★★★1/2
Voyage of Time: Life's Journey di Terrence Malick
★★★
★★1/2
★★★1/2
Manhattan di Woody Allen
★★★★
Planetarium di Rebecca Zlotowski

martedì 16 agosto 2016

VENEZIA '73: SU COSA PUNTIAMO?

di Matteo Marescalco

La prossima Mostra del Cinema di Venezia (la 73esima della sua storia) è ad un passo, il programma ufficiale è stato comunicato poche settimane fa e, a fronte dei numerosi titoli che arriveranno in laguna, noi non possiamo far altro che segnalarvene alcuni che, seppur non di primo interesse per la maggior parte degli addetti ai lavori, hanno immediatamente magnetizzato la nostra attenzione. Eccovi le nostre cinque proiezioni su cui puntiamo tutto!

LES BEAUX JOURS D'ARANJUEZ DI WIM WENDERS
Dopo aver tratto il suo primo film, La paura del portiere prima del calcio di rigore, dal romanzo di Peter Handke Prima del calcio di rigore, Wim Wenders torna a collaborare con il drammaturgo tedesco che è stato sua spalla in diverse occasioni. Una donna e un uomo, in piena estate e su una terrazza sorvolata da una tiepida brezza, danno vita ad un dialogo di botta e risposta sulla vita, sulle occasioni mai colte e sul loro rapporto. Parlano di esperienze sessuali e di ricordi. Sullo sfondo, uno scrittore immagina il dialogo della coppia, dandogli linfa vitale. Fino a che punto si tratta di creazione artistica e di realtà? La realtà alimenta l'arte o l'arte crea la realtà? Tra spazio, tempo, viaggi e relazioni sentimentali, questo film di Wenders si candida a diventare uno di quelli che più ameremo alla prossima Mostra del Cinema.

EL CRISTO CIEGO DI CHRISTOPHER MURRAY
Per una rivelazione divina di cui crede di essere stato protagonista, Michael è additato come il folle, el Cristo, dagli abitanti del villaggio cileno in cui vive. Una sera, un amico d'infanzia è coinvolto in un incidente. Michael decide di attraversare a piedi il deserto, convinto di poter curare l'amico con un miracolo. Disperazione, povertà, bisogno di fede e di speranza sono i fondamenti di questa storia raccontata da un giovane alla sua opera prima, additata come debitrice nei confronti del cinema di Pier Paolo Pasolini. La materia ci intriga, aspettiamo di vederlo in sala.

THE BAD BATCH DI ANA LILY AMIRPOUR
Basterebbe già il solo variegato e debordante cast (Keanu Reeves, Jim Carrey, Giovanni Ribisi, Jason Momoa) ad attrarre la curiosità di ogni spettatore. La Amirpour si spinge oltre. Dopo aver raccontato la storia compassata di una vampira in una città iraniana in A girl walks home alone at night, la giovane regista si concentra su una comunità di cannibali che abita una distesa desolata del Texas in una realtà quotidiana post-apocalittica. La vita della comunità è scandita da ben precise regole di convivenza: cosa succederebbe, però, se uno di loro si facesse prendere la mano ed infrangesse dei severi tabù?

ONE MORE TIME WITH FEELING DI ANDREW DOMINIK
Nel 2007, Andrew Dominik aveva estasiato il pubblico veneziano con L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, western metafisico che si avvaleva della produzione di Brad Pitt e Ridley Scott, della fotografia di Roger Deakins e della colonna sonora di Nick Cave. Difficilmente, un prodotto con nomi del genere si sarebbe potuto rivelare fallimentare. Il regista neozelandese approderà alla prossima Mostra del Cinema fuori concorso con questo documentario girato durante la registrazione di Skeleton Tree, l'ultimo disco di Nick Cave. Il film, oltre a coprire la registrazione del nuovo album del musicista, in uscita il 9 Settembre, approfondisce la tragedia personale che ha colpito Cave lo scorso anno e che gli ha sottratto un figlio. L'indagine musicale è accompagnata da quella nel dolore, nell'angoscia e nella confusione del percorso intrapreso da Cave.

DAVID LYNCH THE ART LIFE DI JON NGUYEN, OLIVIA NEERGAARD-HOLM E RICK BARNES
Si tratta di un documentario che esplora gli anfratti di uno dei più lisergici registi contemporanei. Addentrarsi nel mondo lynchiano e restituirne l'ampia portata dei suoi fantasmi non è impresa semplice ma il tentativo merita un'entusiasta visione.

Sorvoliamo sui vari Jackie di Pablo Larrain, Arrival di Denis Villeneuve e The Young Pope di Paolo Sorrentino. Per non parlare di Zombi di George Romero (che, in laguna, sarà presentato da Dario Argento e Nicolas Winding Refn) e di Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis. Si tratta delle proiezioni che più attendiamo. Ma anche di quelle di cui tutti parlano e su cui è palese scommettere. Per questo, abbiamo deciso di tirarli fuori dalla Top5 dei film più attesi della prossima Mostra del Cinema di Venezia.