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martedì 19 novembre 2013

SNOWPIERCER

di Matteo Marescalco

"Se vuoi un'immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre." (George Orwell)

Anno 2014. La razza umana, ormai al collasso a causa dell'eccessivo surriscaldamento globale, inventa un agente chimico per refrigerare l'atmosfera.
Anno 2031. Da 17 anni i pochi reduci al cataclisma atmosferico avvenuto a causa dell'errato comportamento umano (ancora una volta, dopo I figli degli uomini, il vero colpevole della propria fine è soltanto l'uomo) vivono su un treno, per l'appunto, lo Snowpiercer, che viaggia continuamente senza fermarsi mai, su rotaie ininterrotte che attraversano l'intera sfera globale, impiegando esattamente un anno intero a compiere l'intero percorso. La locomotiva, che si autoalimenta con il moto perpetuo e che è pienamente autosufficiente, è caratterizzata da un vero e proprio microcosmo umano: gli scompartimenti di testa sono occupati dalle classi sociali più agiate, a partire da Wilford il misericordioso (moderno Noè, genio creatore del treno salvatore), in un percorso a ritroso che arriva fino agli scompartimenti di coda, occupati dagli strati più poveri dei sopravvissuti, che vivono in condizioni di vita precarie e che sono tenuti strettamente sotto controllo dall'entità suprema, moderno Grande Fratello che tutto vede e tutto sente. La bestialità con cui i più poveri vengono trattati li spinge ad organizzarsi e a tentare più volte la rivolta, con l'obiettivo di raggiungere i vagoni anteriori della locomotiva e di tentare un dialogo con Wilford.
Snowpiercer è il primo film americano di Joon-ho Bong, il più costoso lungometraggio della storia del cinema coreano e vanta un cast di primo livello che comprende l'eroe Chris Evans, il suo fido agnello sacrificale Jamie Bell, un severo John Hurt e la straordinaria Tilda Swinton, che aggiunge uno dei personaggi più caricaturali, grotteschi e macchiettistici alla galleria dei villain cinematografici di tutti i tempi. Passato in sordina negli Usa e acquistato dai fratelli Weinstein che premono però per dei tagli considerevoli contro cui il regista sta combattendo una vera e propria crociata, Snowpiercer è stato presentato in anteprima internazionale all'ottava edizione del Festival del Film di Roma e si è meritatamente guadagnato il titolo di una delle migliori opere presentate durante quest'ultima edizione.
Ambientato in un futuro distopico, non lontano, per estetica granulosa, oscura e lurida, da alcuni

capisaldi del genere fantascientifico quali Blade Runner, Alien, Matrix e I figli degli uomini, Snowpiercer è un film di genere ad alto contenuto proteico, in cui il regista è riuscito a gestire pienamente il ritmo complessivo, inserendo una serie di accelerazioni e di momenti che bloccano il fiato, proiettando lo spettatore nell'universo filmico da lui creato e stimolando una piena identificazione con i personaggi che popolano la locomotiva a cui i fruitori sembrano unirsi, nella lotta che li condurrà dai vagoni posteriori alla testa del treno, alla ricerca di un riscatto sociale che porti la giustizia all'interno del microcosmo umano che vive in uno stato di stasi da ben 17 anni. Perché Joon-ho Bong non ha portato in scena sulla locomotiva semplicemente la tragedia dei sopravvissuti al disastro climatico ma, soprattutto, la storia dell'umanità condensata in 126 minuti al cardiopalma, in un contrasto dicotomico tra mondo dei ricchi e mondo dei poveri, in rivolta ed alla ricerca dell'eguaglianza sociale, mera chimera irraggiungibile perché la disparità sociale è il presupposto basilare su cui si fonda l'esistenza umana. Ecco che, in condizioni disperate, in questa corsa verso la testa del treno alla ricerca di un riscatto sociale totalmente laico da raggiungere in questa vita (Wilfred il misericordioso viene anche pregato dai passeggeri, ma non ha tempo per rispondere personalmente e per consentire un miglioramento delle loro condizioni di vita, moderno Dio in carne ed ossa), il percorso è strutturato secondo una serie di livelli in cui la difficoltà aumenta gradualmente, seguendo lo schema di un videogame, vale il concetto dell'"Homo homini lupus" in uno stato di natura più organizzato di
 

quello originario proposto da Hobbes, secondo cui la natura è egoistica e a determinare le azioni dell'uomo è il principio di sopravvivenza. Ognuno vede nell'altro un nemico da eliminare, in un continuo bellum omnium contra omnes, in cui non esiste la ragione ma solo il diritto di ognuno sul proprio simile. In questo stato di guerra perpetuo, l'unica modalità per placare le acque e portare la situazione in uno stato di calma (apparente) consiste nell'organizzazione della società in classi che, quanto meno, anche se basata su una serie inevitabile di ingiustizie sociali, assicura al mondo di andare avanti. E' questa l'idea di base che spinge il progetto di Wilfred, su cui si fonda l'equilibrio della sua locomotiva, buia caverna platonica da cui, prima o poi, l'uomo attende di uscire alla scoperta della copia differenziale dell'universo delle idee e di raggiungere un nuovo ma momentaneo status sociale a partire da un necessario tracollo del precedente ma che, inevitabilmente, porterà al ripristino della situazione passata, in una sorta di eterna struttura circolare in cui inizio e fine coincidono. Unica nota dolente è il finale che lascia trapelare un filo di speranza, in netta antitesi a quanto visto durante tutto l'arco del lungometraggio e che finisce per stonare un po'. Un difetto di poco conto in un film che potrebbe divenire, secondo la modesta previsione di chi scrive, uno dei pilastri della fantascienza distopica.


Voto: ★★★★

CINEVOTI FESTIVAL DEL FILM DI ROMA



PLANES 3D di Klay Hall
★★
L'ULTIMA RUOTA DEL CARRO di Giovanni Veronesi
★★1/2
SNOWPIERCER di Joon-ho Bong
★★★★
MANTO ACUIFERO di Michael Rowe
★★
DALLAS BUYERS CLUB di Jean-Marc Vallèe
★★★
LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI di Alex de la Iglesia
★★★1/2
HER di Spike Jonze
★★★★
SONG' E NAPULE dei Manetti Bros.
★★★
ROMEO AND JULIET di Carlo Carlei
★★
FEAR OF FALLING di Jonathan Demme
★★★
I CORPI ESTRANEI di Mirko Locatelli
★★1/2
QUOD ERAT DEMOSTRANDUM di Andrei Gruzsniczki
★★
THE GREEN INFERNO di Eli Roth
★★1/2
AU BONHEUR DES OGRES di Nicolas Bary
★★★1/2
CASTELLO CAVALCANTI di Wes Anderson
★★★★
GODS BEHAVING BADLY di Marc Turtletaub
★★
BEAUTIFUL NEW BAY AREA PROJECT di Kiyoshi Kurosawa
★★1/2
SEVENTH CODE di Kiyoshi Kurosawa
★★1/2
THE HUNGER GAMES: CATCHING FIRE di Francis Lawrence
★★★
I TARANTINIANI di Maurizio Tedesco e Steve Della Casa
★★★
TIR di Alberto Fasulo
★
ANOTHER ME di Isabel Coixet
★
THE MOLE SONG-UNDERCOVER AGENT REIJI di Takashi Miike
★★★
LIKE FATHER LIKE SON di Hirokazu Kore-Eda
★★★★
BLUE PLANET BROTHERS di Takashi Miike
★★★
YOUNG DETECTIVE DEE: RISE OF THE DRAGON 3D di Tsui Hark
★★★
EL PALACIO di Nicolas Pereda
★★
THE SEVENTH WALK di Amit Dutta
★★★1/2
THE DISCIPLE di Ullrika Bengts
★★1/2
THE WHITE STORM di Benny Chan
★★★1/2

domenica 3 novembre 2013

MACHETE KILLS

di Matteo Marescalco

Machete is back. And kills again.
Il regista bambinone Robert Rodriguez riattinge dal suo gigantesco mondo fumettistico, portando per la settima volta sullo schermo la figura di Machete Cortez (comparsa nei quattro episodi di "Spy Kids"), in "Machete kills", secondo episodio della trilogia a lui dedicata, di cui fanno parte anche "Machete" e "Machete kills again...in Space!", saga sviluppata a partire dal fake trailer inserito nella seconda parte di "Grindhouse", omaggio di Tarantino e Rodriguez al cinema di serie B dei doppi spettacoli dell'America degli anni Settanta. Machete debutta sullo schermo cinematografico con l'omonimo film del 2010, presentato in anteprima alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia come proiezione di mezzanotte.
Dopo aver perso, nel primo film, la moglie e la figlia, uccise dal personaggio interpretato da Steven Seagal, aver smascherato il complotto ordito dal senatore corrotto portato sullo schermo da Robert De Niro, ed aver trovato, infine, la sua vendetta, Machete viene contattato dal Presidente degli Stati Uniti che gli affida l'incarico di stanare un pericoloso rivoluzionario messicano che ha intenzione, con l'ausilio di un venditore di armi, di scatenare una guerra globale.
Emerge ancora una volta, senza alcun filtro autoriale e serioso, la volontà di Robert Rodriguez di divertirsi facendo cinema e, viceversa, di utilizzare il cinema come strumento ludico ma, comunque, di affermazione di un coerente progetto di messa in scena che non viene mai meno nei suoi film. E, se andiamo a considerare l'affermazione di François Truffaut secondo cui "Fare un film (...) significa prolungare i giochi dell'infanzia", vi è la convinzione, a detta del sottoscritto, che a dirigere, montare, fotografare, produrre e musicare "Machete kills" sia stato il bambino presente nel corpo adulto di Robert Rodriguez, quello che, a tredici anni, all'uscita dalla proiezione di "1997: fuga da New York", ha detto "Anch'io sarei capace di girare quella roba!". Il giovane appassionato di cinema che, pur di trovare il denaro sufficiente per trasporre sullo schermo la sceneggiatura di quello che sarebbe stato il suo primo film, si è fatto rinchiudere in una struttura per ricerche sulla droga come volontario pagato per un esperimento clinico. Il "one-man film crew" che ha diretto, nel 1992 (lo stesso anno di debutto del fraterno amico Quentin), "El mariachi", fulgido esempio di cinema "Do It Yourself", film ripreso con due sole macchine da presa e con artigianali ed inventivi effetti speciali realizzati completamente nel profilmico. Il primo episodio di quella che sarebbe diventata la "Trilogia del mariachi" si è aggiudicato il premio del pubblico al Sundance Film Festival ed è diventato il film a più basso budget (è costato appena 7000 dollari) mai distribuito da una major. Rodriguez ha poi riportato questa esperienza nel libro "Rebel without a Crew: or how a 23-year-old filmmaker with $7000 became a
 

Hollywood player", divenuto una bibbia per chi volesse approcciarsi al cinema in modo indipendente.
"Machete kills", per la gioia dei fan più esaltati ed estremisti, si apre con il trailer del futuro "Machete kills again...in space!" collocato in funzione di prologo, in pieno stile Grindhouse, che lascia presagire un terzo episodio all'insegna del divertimento e dell'ironia portati avanti fino al parossismo, in un divertissement fitto di citazioni e richiami cinefili. Con il simbolo dei Troublemakers Studios partono i titoli d'inizio, fumetti cromaticamente saturi e graffiati, realizzati sfruttando l'effetto pellicola rovinata e granulosa che era già stato utilizzato nelle sequenze più sanguinose e spinte di "Grindhouse: Planet Terror", che conducono direttamente alla prima macro sequenza che parte in quinta con una serie di scontri in una cavalleria rusticana in cui rimane vittima la donna di Machete, interpretata da Jessica Alba, per l'omicidio della quale viene catturato lo stesso Clint Eastwood del pulp, che viene salvato dalla gogna grazie ad una telefonata in extremis da parte del Presidente degli Stati Uniti, interpretato dal debuttante Carlos Estevez (il vero nome del gigione Charlie Sheen), che gli affida una missione fondamentale per la sorte del mondo. "Machete kills" procede in un'esplosione di colori, di colpi d'arma da fuoco, di battute ironiche che colpiscono tanto quanto i proiettili, di straordinarie situazioni paradossali e cambi di scena e "twist ending" che, a volte, eccedono e confondono lo spettatore, che dovrà ricollegare tra loro gli scollegati fili di una trama irrisolta ed irrisoluta che sembra passare in secondo piano rispetto alla cura ed al mantenimento dell'atmosfera ironica ed "esuberante" lungo tutto l'arco del lungometraggio. I film di Robert Rodriguez sono difficilmente catalogabili e non possono essere semplicisticamente rinchiusi dentro gli stretti confini di un semplice genere cinematografico, risultando come un melting pot di atmosfere e situazioni; "Machete kills" si avvicina molto ad uno dei più "classici" generi del cinema americano, il road movie, in cui, spesso, il movimento fine a se stesso è il movente ultimo che spinge (anche incosciamente) i personaggi, movimento che è alla base dello spettacolo cinematografico, il cui dinamismo è solo un'illusione generata da staticità in rapida successione, oltre ad essere l'elemento fondamentale del cinema attrazione, quello delle origini, tutto basato sulla centralità del moto del corpo umano e degli elementi che con esso interagiscono. Rodriguez, quindi, dietro la linea di sviluppo superficiale strettamente legata al mero ludismo del film action con effetti di serie B, intesse una ripresa dei caratteri peculiari del Cinema che fu, in una riflessione metacinematografica volta ad un ritorno al cinema puro, a partire dalla stessa etimologia del termine κίνημα (movimento). Purtroppo, però, "Machete kills" risente di un certo sbilanciamento complessivo, causato dalla volontà dello sceneggiatore di intrattenere, costruendo una storia eccessivamente satura di colpi ad effetto e di personaggi poco approfonditi, che alza decisamente l'asticella del trash rispetto a "Machete" e che risente di una minore trattazione di temi socialmente importanti, come quello fondamentale del difficile rapporto tra USA e Messico e della tratta di immigrati che avviene lungo il confine tra i due Paesi, così lontani così vicini.

Il punto di forza è il solito Danny Trejo, (anti)eroe involontario dallo sguardo monocromatico e costantemente cagnesco. Se il Clint Eastwood di Sergio Leone aveva due sole espressioni, quella con il cappello e quella senza cappello, l'eroe della frontiera di Rodriguez può vantare di averne una sola, una maschera anticamaleontica che fa il verso al tradizionale protagonista dei film d'azione, sempre padrone e pienamente responsabile delle proprie azioni, orientato verso il pieno compimento di sè e la risoluzione totale della vicenda. Latin lover contro la propria volontà, Machete parodia, in modo abbastanza evidente, il Terminator di Arnold Schwarzenegger, robottone programmato per compiere la propria missione, corrispondenza che diventa evidente, soprattutto in questo secondo episodio, per le battute fulminee (per l'appunto, quasi robotiche) e per lo stile di recitazione sempre più da stone face.
Il film, in definitiva, risulta una parodia di una parodia ed orienta la trilogia verso un inevitabile climax ascendente che caratterizza ogni singolo elemento messo in scena. Pienamente consigliato a chi ha apprezzato gli altri lavori di Robert Rodriguez e sguazza nel suo esaltato immaginario cinematografico. Tutti gli altri che si prendono un pò troppo sul serio è meglio che si diano ad altro. A noi, fan dell'uomo dal cappello texano, non resta da fare altro che aspettare con ansia la successiva missione spaziale di Machete.
Perchè, una cosa è certa: Machete will kill again.

Voto: ★★★


lunedì 21 ottobre 2013

BEFORE MIDNIGHT

di Matteo Marescalco


Era il 1995 quando Richard Linklater ("School of rock", "Fast food nation", "A scanner darkly") ha portato sullo schermo, per la prima volta, la storia di Jesse e Celine (interpretati da Ethan Hawke e Julie Delpy), due ragazzi (lui è americano, lei francese) incotratisi casualmente su un treno per Vienna, nel film "Before sunrise" che prende il titolo dal tempo trascorso insieme dalla coppia, dal pomeriggio fino alla successiva alba, con la promessa di ritrovarsi dopo sei mesi alla stessa stazione ferroviaria. Nel 2004, Linklater, Hawke e la Delpy hanno rimesso mano alla storia dei due amanti per caso, scrivendo il secondo episodio della trilogia di Before, "Before sunset", ambientato nove anni dopo, trascorsi senza che i due si siano mai rincontrati, a Parigi, dove Jesse, ora sposato e con un figlio, è venuto a presentare il suo romanzo parzialmente autobiografico, incentrato sulla storia di due ragazzi che passano una sola magnifica notte insieme. Tra il pubblico c'è anche Celine, che è arrivata notando l'evidente somiglianza tra la vicenda reale e quella narrata nel libro. Anche se è trascorso un arco di tempo notevole, i due stanno insieme per un'altra intera giornata (fino al tramonto). Il finale è nuovamente aperto. Nel 2013, regista ed attori principali, per la seconda volta nove anni dopo l'ultimo episodio, rifocalizzano la loro attenzione sulla vita di Jesse e Celine, che vivono insieme e hanno due figlie. Dopo Vienna e Parigi, le riprese si spostano in Grecia, dove la famiglia dello scrittore e docente universitario trascorre una vacanza in uno scenario favoloso e romantico, in compagnia di alcuni amici e dove cominciano ad emergere i primi problemi di coppia.
Richard Linklater è uno degli autori americani che sono riusciti abilmente a costruire una poetica off-Hollywood, perseguendo un proprio stile visivo e narrativo, distante dalle tendenze più convenzionali del cinema americano contemporaneo.
"Before sunrise", "Before sunset" e "Before midnight" possono essere fenomenicamente etichettati come dei film romantici, che riescono a parlare di sentimenti universali, rivolgendosi a tutti, senza mai cadere, però, nello stucchevole e nel lacrimevole. Chi è rimasto catturato dalla progressiva

vicenda romantica di Jesse e Celine, due giovani come tanti altri, non poteva che attendere con ansia la naturale evoluzione della loro storia che dopo diciotto anni giunge al termine. E, a parere di chi scrive, la scelta di seguire, quasi con la stessa attenzione microscopica di un entomologo, la storia dei due ragazzi per diciotto anni, dai loro vent'anni ai quarant'anni circa, non è del tutto casuale, ma potrebbe essere stata determinata dalla volontà del regista e degli sceneggiatori di porre termine alla trilogia dopo tutti questi anni per sfruttare allegoricamente l'età dell'ipotetico raggiungimento della maturità. Gli stessi tre titoli non si riferiscono unicamente alle varie parti della giornata, ma assumono un senso più profondo, divenendo fondamentali nell'intero disegno progettuale: l'alba della giornata coincide, ovviamente, con l'età adolescenziale, densa di speranze da riversare nel giorno che verrà, così come il tramonto non viene utilizzato per indicare la fine del rapporto amoroso ma il trampolino di lancio verso il suo perfetto compimento, da individuare nelle ore vicino alla mezzanotte, l'età adulta. Ogni episodio della trilogia è caratterizzato, oltre che dalla coincidenza tra tempo reale e tempo finzionale (i due personaggi fittizi sono invecchiati come gli attori che li interpretano), da una diversa ambientazione che viene ulteriormente esaltata da differenti scelte fotografiche che sfruttano quanto più possibile gli elementi naturali ed artificiali con cui entrano in relazione Jesse e Celine e consentono di individuare nel paesaggio circostante il terzo elemento protagonista.
"Before midnight" presenta gli stessi caratteri peculiari dei due precedenti episodi: fitti dialoghi tra i due protagonisti, le cui lunghe passeggiate vengono tallonate dal regista tramite lunghi piani sequenza, che discorrono di Vita e Morte, di affari personali e di speranze, di lavoro, famiglia, obiettivi raggiunti e speranze infrante, dell'essere genitori, di realizzazioni professionali e della vita di tutti i giorni, elementi che si ergono a simboli della debolezza e dei punti di forza di qualsiasi essere umano. L'elemento principale a cui si può maggiormente deputare l'unanime consenso critico e pubblico della trilogia è da rintracciare proprio nei meccanismi identificativi che sono messi in moto dalla storia messa in scena: le vicende di Jesse e Celine simboleggiano le vicende universali che riguardano tutti noi. La storia di questi due ragazzi che si incontrano, chiacchierano e si innamorano è la storia d'amore onirica che ognuno di noi avrebbe voluto vivere. L'immediatezza documentaristica
 

del film rende impossibile non riconoscersi in questi due personaggi, nelle loro ansie, nel dolore che si provocano e nelle piccole recriminazioni cui vanno incontro.
Per quanto riguarda la costruzione narrativa, "Before midnight" sfrutta la presenza di un maggior numero di personaggi, che interagiscono con i due protagonisti, rispetto agli episodi precedenti e nella costruzione dialogica si avverte una maggiore presenza di trovate ironiche che velocizzano gli scambi tra Jesse e Celine. Interessante il lavoro fotografico che ha puntato ad un netto contrasto tra i colori caldi delle ambientazioni paesaggistiche, sfruttando, a volte, l'illuminazione in controluce ed un generale raffreddamento della passione amorosa. Sul versante interpretativo, la crescita di Julie Delpy non è andata di pari passo a quella di Ethan Hawke, eterno ragazzino, che non è riuscito a dimostrare la stessa maturità portata in scena dall'attrice francese.
"Before midnight" rappresenta la giusta e calibrata chiusura di questa trilogia che può essere definita, a seconda dei singoli episodi, magica-onirica-realistica, che ha fatto sognare e che farà sognare varie generazioni, con Jesse e Celine che, in fin dei conti, sono le persone a cui idealmente tendiamo, senza però raggiungere mai le loro vette di maturità ed immaturità e una delle coppie che è entrata con più prepotenza nell'immaginario collettivo, come solo il Cinema consente di fare.


Voto:★★★

domenica 13 ottobre 2013

ANNI FELICI

di Matteo Marescalco 
"Indubbiamente, erano anni felici. Peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto". E' questa l'indulgente frase finale pronunciata da Daniele Luchetti, divenuto, per l'occasione, voce narrante, nel suo ultimo lungometraggio "Anni felici", il cui titolo originale sarebbe dovuto essere il più lirico ed evocativo "Storia mitologica della mia famiglia".
La vicenda è ambientata negli anni '70, fondamentali per la spinta propulsiva di carattere antropologico-culturale che li ha caratterizzati, ed è ripercorsa dallo sguardo fanciullesco di Dario Marchetti (in cui il regista romano ha trasfigurato il suo punto di vista), che vive quegli anni tra liti e riappacificazioni familiari, in un periodo che può essere definito come l'adolescenza italiana, tra dubbi, turbamenti e prime certezze. Fondamentale è stato, nell'infanzia di Daniele, il rapporto burrascoso tra i due genitori, che viene portato in scena in modo ironico e triste, con sferzate di cattiveria volte, però, non a ferire realmente ma solo a sfiorare. Il padre, interpretato magistralmente da un Kim Rossi Stuart in grado di trasmettere una vasta gamma di emozioni attraverso semplici modulazioni del tono vocale, è pittore e scultore sui generis e si dedica ad installazioni visive avenguardistiche più per moda dei tempi che per una vera e propria vocazione artistica, e la madre, interpretata da Micaela Ramazzotti, in costante bilico tra felicità e tristezza, spensieratezza e vuoto interiore, teme, a ragione, che il marito la tradisca con le modelle per le sue opere scultoree. In questo contesto incerto si muove il giovane Daniele Luchetti, alla ricerca, così come il bel Paese, di una via di indirizzo da imboccare e della propria identità.
"Anni felici", presentato in anteprima mondiale al Toronto Film Festival, chiude l'ideale trilogia che era stata aperta nel 2007 da "Mio fratello è figlio unico", trasposizione de "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi, e che aveva avuto l'acme di consenso di critica e pubblico nel 2010, con "La nostra vita" che ha fruttato la Palma d'Oro alla Miglior Interpretazione Maschile ad Elio Germano. Questi tre episodi neorealisti, pur presentando vari tratti differenziati, sono caratterizzati da alcuni elementi peculiari comuni, che tornano sia a livello di messa in scena sia di sviluppo narrativo. Se ciò che salta all'occhio, nella costruzione formale delle sequenze, è il predominio della macchina da presa a mano che frammenta lo spazio filmico, contribuendo a potenziare la sensazione di spigolosità, di durezza e di immediatezza quasi documentaristica, e, per quanto riguarda la sceneggiatura, il fatto
che la trilogia focalizzi la propria attenzione e quella degli spettatori su una difficile situazione familiare senza apparenti vie d'uscita felici, che viene sussunta alla rispettiva dimensione storica, è anche evidente che ogni singolo episodio presenta differenti modalità di sviluppo e di approfondimento tematico, che tuttavia conducono, più o meno, alla medesima conclusione. E' come se Luchetti abbia fatto scaturire da un punto comune le tre situazioni di partenza, che poi trovano tre diverse possibilità di sviluppo e si incanalano, infine, sulla "retta via" delle soluzioni finali che tornano, seguendo una sorta di struttura romboidale, a coincidere nello stesso punto, che rappresenta una tregua, una situazione non risolta ma semplicemente in stand-by. In "Mio fratello è figlio unico" il fulcro della vicenda è costituito dal difficile rapporto familiare tra due giovani fratelli, uno fascista e l'altro comunista, inserito nel background storico, politico e sociale degli anni Sessanta-Settanta, tra rivolte operaie, confusione ideologica e anni di piombo. La contemporaneità, invece, fa da sfondo a "La nostra vita", drammatica vicenda di un operaio edile romano che perde la moglie e che si ritrova a badare da solo ai suoi due figli, sprofondando in un vortice di problemi e dubbi esistenziali. "Anni felici" sposta la riflessione di Luchetti sul contesto familiare in una dimensione altra, che si colloca nell'ambito emotivo-personale e che trova oggettivazione nell'assunzione del punto di vista del se stesso bambino, il cui sguardo filtra le vicende sociali che, per tale motivo, arrivano allo spettatore quasi attutite, private dei reali clangori roboanti. "Anni felici" è, quindi, un'opera semifinzionale, a metà tra fiction e costruzione oggettiva degli eventi, in cui la verità ed il ricordo rielaborato si avviluppano e la stessa scelta del regista di raccontare gli eventi con la propria voce narrante è una decisione che dimostra la commistione di questi elementi eterogenei. Purtroppo, però, la debolezza del film risiede proprio in questo, oltre che nella mediocrità di scrittura, argomento che merita un discorso a parte. "Anni felici" è un oggetto non identificato, un film che appare solo sfiorato dagli eventi storici del periodo e che scorre senza emozionare lo spettatore, in cui l'uso di inquadrature in soggettiva per potenziare l'identificazione spettatoriale con i personaggi sortisce l'effetto opposto, aumentando il divario tra schermo e fruitore e la voce narrante di Luchetti appare indecisa sul da
farsi, indulgente e buonista, con il solo obiettivo di rassicurare lo spettatore su ciò che sarebbe successo in futuro. Il regista romano non è riuscito a trattare la vicenda con il giusto grado di distacco, in modo quasi disinteressato, né penetrandola fino in fondo, trasportandoci al cuore pulsante ed emozionale di essa. In "Mio fratello è figlio unico" si respirava l'atmosfera degli anni Settanta, si vivevano quasi in prima persona le ansie ed i tormenti dei personaggi finzionali, con la giusta dose di ironia e al contempo di distacco disincantato. "Anni felici" sembra aver costruito degli anni Settanta innocui, quasi paradisiaci, idealizzati all'eccesso e le atmosfere proprie di quegli anni sono descritte in modo forzato e banale perché sature dei più tipici luoghi comuni che non stati evitati dalla scrittura seriale di Stefano Rulli e Sandro Petraglia. La delineazione dei personaggi, che finiscono per incarnare dei veri e propri tipi fissi (il personaggio dell'artista d'avanguardia interessato unicamente a portare avanti la sua idea di arte indipendentemente dal guadagno economico che ottiene e che non lo tange, il difficile rapporto con la madre severa che lo ha caricato di aspettative e ha orientato in negativo la sua esistenza, la figura della moglie alla ricerca di un'emancipazione che appare più fittizia che reale e che non riesce a lasciare il marito, nonostante sia consapevole dei suoi plurimi tradimenti), risente di un'eccessiva stereotipizzazione che li rinchiude in gabbie costrittive, in una fissità antievolutiva da cui faticano ad uscire, alla ricerca di una minima evoluzione che tarda ad arrivare perché, paradossalmente, snaturerebbe i personaggi dal ruolo statico per cui sono stati costruiti. "Anni felici" non riesce ad eguagliare la spensieratezza densa di oscuri presagi di "Mio fratello è figlio unico" né la ruvidità drammatica de "La nostra vita", affermandosi come una nostalgica revisione degli album e dei filmini famigliari con l'obiettivo di rivivere, in una sorta di revival, un'epoca passata sommamente responsabile di ciò che ognuno di noi è e sarà.

 
Voto: ★★1/2